Adobe vs. Apple

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Le due grandi “A” della tecnologia mondiale, Adobe e Apple, tornano a parlare di Flash. Le ultime dichiarazioni di Steve Jobs, pubblicate direttamente sul sito dell’azienda di Cupertino, non sono state particolarmente apprezzate dall’azienda concorrente.

Nel suo pamphlet, scritto per giustificare l’assenza del plugin Flash nell’iPhone, Steve considera la tecnologia dietro al programma di Adobe “chiusa”, in quanto di totale proprietà di Adobe, sia nella forma, sia nella sostanza. In seguito, Jobs mette le mani avanti, citando scelte analoghe portate avanti dalla sua azienda, ma fuori dall’ambito del web. Insomma: “chiuso” è bene, ma solo se lo fa Apple. Gli altri siano aperti.

Adobe non ha digerito la faccenda, considerando le parole del concorrente una “cortina di fumo”, atta a screditare una azienda, come Adobe, che ha come colpa quella di aver creato un modello di business redditizio al posto di Apple.

Ma dov’era la Mela quando il web emetteva i primi vagiti? La risposta è semplice: stava tentando di sbarcare il lunario, in crisi con se stessa a causa del licenziamento di Steve Jobs che l’azienda l’aveva fondata, salvata poi solamente dall’iniezione di capitale di Microsoft che ha avuto (forse) pena dello storico nemico.

Pur essendo io personalmente convinto che i sistemi aperti, in particolare nel web, siano una causa per la quale è giusto combattere, questo non deve accadere se gli scopi diventano puramente economici. E sempre più spesso le posizioni di Apple si allontanano da questo principio.

Campagna acquisti

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Dopo l’acquisizione di ICQ da parte dei russi, ieri in tarda serata Hewlett-Packard, forse la più grande azienda di informatica del mondo, ha fatto shopping “griffato” e per la modica cifra di 1,2 miliardi di dollari si è aggiudicato Palm, ex leader del mercato dei palmari.

La cessione arriva proprio nel momento di maggior splendore della categoria (i palmari, appunto), ma in quello di minor splendore di Palm. Hewlett-Packard ha quindi preso due piccioni con una fava, acquistando un’azienda tecnologicamente all’avanguardia, ma in crisi, quindi a un prezzo nettamente più contenuto di qualche anno fa.

Aspettiamoci dunque nel giro di pochi mesi l’arrivo nel mercato mobile di un nuovo competitor. Che sia a marchio hp o Palm, forse, è indifferente: sarà l’utente finale a stabilire se l’acquisizione ha funzionato.

ICQ diventa russo

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Verso la fine degli anni Novanta, quando ancora non c’erano MSN, Google Talk, Facebook, lui c’era già! Pariamo di ICQ, il programma di chat di riferimento della mia adolescenza e comunque un baluardo fondamentale della categoria.

Oggi questo pioniere delle chat è passato di proprietario: da AOL, che lo aveva comprato qualche anno fa, ICQ passa alla DST, società di investimento russa. Valore dell’operazione: 187.5 milioni di dollari. Se si pensa che AOL l’aveva acquistata nel 1998 per 400 milioni, si capisce di come il principale provider americano non vedesse l’ora di liberarsene.

Peccato.

L’estinzione del buon senso

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Quanti di voi mangerebbero una tartina di leone? Oppure di panda? Nessuno, credo. Al di là delle motivazioni culturali, tutti diremmo: “Guai, sono animali in estinzione”. Questo è vero, sono animali a rischio, ma forse non così tanto.

Nella Red List dello IUCN, il principale database di specie animali, esiste un motore di ricerca attraverso cui monitorare la situazione di ognuna di esse, dalla più piccola alla più grande, dalla più nota alla più sconosciuta. Il “grado di rischio” di ciascuna specie varia in base ad alcuni parametri.

Il Panda (Ailuropoda melanoleuca), simbolo del WWF e del rischio di estinzione per antonomasia, è considerato ENDANGERED, ovvero “a rischio”. Se però ci divertiamo con il motore di ricerca, scopriamo che l’anguilla (Anguilla anguilla) è CRITICALLY ENDANGERED. Quella sì che è a rischio estinzione. Però è sott’acqua, non è morbidosa e non ne esiste una versione peluche di Trudy.

Giocare con la natura, come si è visto con la nube islandese, può essere molto rischioso. Nel giorno in cui dovremo mangiare panda perché non ci sarà nient’altro forse ce ne renderemo conto.

Floppy disc addio

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Con i floppy disc ho avuto un rapporto di amore-odio.

Amore, perché negli anni ’90 in Italia non esistevano alternative. Il mio primo masterizzatore è arrivato solo nel 1996, costoso e poco affidabile.

Odio, perché era lento e poteva contenere pochissimi dati. Il più capiente riusciva a sopportare 1.44 MB, una quantità ridicola rispetto agli hard disk esterni in vendita in questo periodo, della capacità di 1 TB, circa un milione di MB, cioè 700 mila floppy.

L’allievo supera il maestro e quest’ultimo va in pensione.

È di oggi, infatti, la triste decisione interromperne la produzione da parte di Sony, che il floppy l’ha inventato alla fine degli anni Settanta.

Dopo un ventennio di utilizzo sfrenato, ormai meno del 2% dei computer possiede un lettore di floppy disc; non conviene più produrne. Così da marzo 2011 il colosso giapponese ne cesserà la produzione e distribuzione, relegandolo solo ai gloriosi ricordi dei nerd degli anni Ottanta.

iPad e l’insonnia

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Dormo poco e male. Lo so, ne sono consapevole e spesso ho concluso che la mia vita davanti al PC potesse esserne la causa. C’è chi fuma, chi beve e chi consuma litri di caffè. Io uso il mio computer, per tanto tempo, spesso consecutivo.

All’uscita di iPad come e-book reader, il mio scetticismo nei confronti di questi dispositivi era aumentato: se sto davanti al monitor anche quando leggo i libri, altro che insonnia…

Oggi alcuni studiosi hanno scoperto che è proprio così: gli schermi LCD provocano insonnia, in particolare se utilizzati prima di addormentarsi. Questo, in soldoni, si traduce in occhi sbarrati e pensieri continui per tutte quelle persone che, proprio per addormentarsi, leggono un libro… sull’iPad!

Meglio Kindle, quindi. Il reader rivale made in Amazon utilizza infatti l’inchiostro elettronico, che all’apparenza sembra un cristallo liquido, ma che in realtà non ha bisogno di retroilluminazione e quindi favorisce un fisiologico sonno se utilizzato prima di coricarsi.

Consigli per un editoriale

Ieri e oggi, weekend del 25 aprile ma, soprattutto, weekend, abbiamo fatto come sempre lezione di giornalismo scientifico. Questa volta con Pietro Greco, rappresentante illustre della categoria, autore con Nico Pitrelli del volume “Scienza e media ai tempi della globalizzazione” .

La lezione di oggi verte sull’editoriale, articolo di solito presente nella prima pagina del quotidiano. Certo, è buffo che in un corso per attuali disoccupati in cerca di professione venga insegnato il punto più alto del lavoro che si accingono a fare. È un po’ come se durante un corso per factotum in arrivo al Mac Donald’s insegnassero a dirigerlo. Magari prima facciamo panini, eh?

Rielaboro il contenuto della lezione, prendendomene ogni responsabilità (se c’è qualche vaccata, è tutta colpa mia). Un editoriale, tendenzialmente, è un articolo che contiene:

  • Tesi forte. L’editoriale non deve descrivere gli eventi, ma deve prendere una posizione, spesso di tipo politico.
  • Argomentazione. Ogni tesi che si rispetti deve essere argomentata. L’autore deve convincere, non descrivere.
  • Chiusura. Non deve essere generica, ma rigorosa.
  • Interesse generale. Il target dell’articolo deve essere generico, quindi argomenti non troppo specifici e pochi tecnicismi. Possono, anzi spesso devono, essere presenti dati utili ad argomentare la tesi.
  • Individuare nocciolo. Deve essere chiaro il percorso dell’autore dell’editoriale.
  • Luoghi comuni. Vanno evitati, anche se spesso sono inevitabili.
  • Aggettivazione. Non essendo l’editoriale un testo descrittivo, può permettersi aggettivi e avverbi “forti”.
  • Eleganza. Non deve mai scadere, ma eventualmente far riflettere il lettore.