It’s over, iFixit?

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Ho sempre acquistato/usato volentieri prodotti Apple, perché durano di più, sono più pratici e funzionano meglio. Inoltre, anche se è un fattore marginale, sono… belli!

Tuttavia, una delle politiche che sempre ho criticato dell’azienda di Cupertino è stato il suo essere poco ecologica. Già nel 2006 Greenpeace aveva lanciato la campagna “Green my apple“, in maniera peraltro molto soft se confrontata con le usuali campagne dell’associazione, per sottolineare la stima di Greenpeace verso l’azienda americana. All’epoca, Apple sembrava aver colto il problema, e si era premurata di predisporre una pagina web che spiegasse quanto i suoi dispositivi fossero “green”.

Quindi mi è crollato un mondo quando ho visto l’home page di iFixit, un popolare negozio online dove si possono trovare manuali per disassemblare i vari dispositivi Apple nonché i pezzi di ricambio che possano allungare la vita a un iPhone con lo schermo rigato, a un Mac con una batteria poco durevole e così via. Sarebbe stato acquisito da Apple!

Poi, però, ho letto lo slogan in prima pagina e non ho più avuto dubbi:

Why “fix it yourself”when you can upgrade? No need to waste time repairing your Apple device. Upgrade it instead. With iFixit’s help, there will always be a newer, better device for sale. (Perché aggiustarselo per conto proprio, quando puoi aggiornarlo? Non c’è bisogno di perdere tempo per riparare il tuo device Apple. Aggiornalo, invece. Con l’aiuto di iFixit, ci sarà sempre in vendita un dispositivo più nuovo e migliore)

Buon primo aprile a tutti!

Dal riciclo al riuso

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La plastica è comoda, e su questo (purtroppo) non c’è alcun dubbio. Però il suo utilizzo indiscriminato è una piaga della nostra società, che nessuno è ancora riuscito a contrastare. Io ho un’idea, che vorrei venisse discussa, per capire se è fattibile oppure no.

Attualmente compro quasi sempre bibite in bottiglia di vetro in una catena di supermercati che utilizza sistemi di vetro a rendere. L’idea è semplice: io compro la bibita a 75 centesimi, la consumo, poi riporto il vetro e mi vengono restituiti 15 centesimi. Il sistema è paradossalmente ancora migliore del riciclaggio, perché fa sì che la medesima bottiglia venga usata più volte. Essendo poi in vetro, ha una vita praticamente eterna. Le persone più vetuste sogghigneranno nella consapevolezza che il sistema era ampiamente utilizzato prima della diffusione a basso costo della plastica: spesso tornare sui propri passi non è sinonimo di arretratezza, ma di ammissione che una certa direzione si è rivelata sbagliata.

Il nemico della diffusione di questa idea è che il vetro pesa, e il lavaggio costa. Più di quanto non costi imbottigliare nella plastica. Ecco quindi la proposta.

  • Le bottiglie di plastica devono venire tassate in una misura che ne parifichi il prezzo con l’uso del vetro (possibilmente a rendere). Chi vuole acquistare la plastica per praticità (magari per fare una festa in un luogo distante dal supermercato dove acquista la bevanda) può continuare a farlo, con un piccolo sovrapprezzo.
  • L’azienda che produce bibite *deve* obbligatoriamente fornire (almeno oltre una certa capacità del contenitore, per esempio un litro) anche l’alternativa in vetro, possibilmente a rendere.

Vantaggi:

  • Il primo punto garantisce un introito (per lo stato e/o l’ente pubblico) utilizzabile per i costi di riciclo/smaltimento della plastica.
  • Il secondo punto garantisce al consumatore la possibilità di fare una scelta consapevole: se compro le bevande per l’uso quotidiano, posso usare il vetro; se invece mi serve al volo la praticità (indubbia) della plastica, posso continuare a usufruirne, ma a un prezzo maggiorato.
  • Sarebbe incentivato l’utilizzo di acqua del rubinetto, poiché il costo dell’acqua in bottiglia di plastica, ora molto basso, diventerebbe meno sostenibile.
  • La legge sarebbe a svantaggio più delle grandi aziende (praticamente monopoliste, come Nestlè per l’acqua, Coca-cola per le bibite, ecc.) rispetto alle piccole, che più probabilmente stanno già usando sistemi di vetri a rendere.

Non è niente di diverso rispetto a quello che già viene fatto per fumo e alcool: siccome esistono delle conseguenze, è giusto che l’acquirente si prenda carico delle spese. Che si tratti di costi medici o ambientali, sempre di costi si parla.

Update. Ho appena scoperto che alcuni supermercati hanno testato il sistema del vuoto a rendere anche per la plastica. [Il Fatto Alimentare]

Presentazione libro

Da giovedì 26 a domenica 29 luglio sarò a Caldé, un piccolo paradiso sulla costa est del Lago Maggiore, in occasione del Festival di Giochi Matematici “Tutto è numero” che si tiene ogni anno. Presenterò il mio libro “Pinocchio nel paese dei paradossi” nel pomeriggio di giovedì. Accorrete numerosi!

Spending review?

Quando mi sono iscritto a Matematica a Pavia eravamo 26. Non è un numero campato per aria, così tanto per. Eravamo proprio 26. Certo, se fossimo stati 563 forse non avrei ricordato il numero preciso: avrei magari arrotondato alle decine, per esempio. Invece eravamo talmente pochi che mi ricordo il numero esatto.

Uno dei motivi che mi ha fatto propendere per una materia poco gettonata è stata una borsa di studio che l’Istituto Nazionale di Alta Matematica (INdAM) ha messo a disposizione di 50 studenti meritevoli. Con la condizione, ovviamente, di iscrivermi a matematica.

Ebbene, tra le varie proposte del Governo Italiano per risparmiare soldi c’è proprio quello di abolire l’INdAM, che verrebbe accorpato al CNR. Di per sé forse non sarebbe nemmeno una questione così drammatica, se non fosse che, a detta dell’Istituto, il risparmio portato da questa mossa sarebbe quantificabile intorno a qualche decina di migliaia di euro l’anno.

Ne vale la pena? Davvero non ci sono altri posti dove andare a prendere spiccioli come questi? Perché bisogna sempre colpire i (pochi) centri di ricerca, che quasi mai sono davvero centri di spesa rilevanti?

Nel mio piccolo, intanto, mi tengo il mio bel titolo di studio, visto che è probabile che in futuro diventerà sempre più raro.

[Segnalo, sull'argomento, l'ottimo articolo di Silvia Bencivelli, Il bosone e la spending review: non ci si annoia mai con la scienza italiana]

There something about Pinocchio

Non credo alla scaramanzia, quindi inizio a fare propaganda per il mio libro. Sì, è vero, non è ancora uscito, ma in questi giorni sta passando dall’editore alla tipografia. Si trova in uno di quei momenti in cui se trovi un errore è comunque troppo tardi.

The beginning is near…

Il libro, pubblicato da Sironi Editore, costerà 14 euro.

Thinking…

Da quando sono a Trento ho ri-scoperto cosa vuol dire avere del tempo libero. Non è tanto una questione di lavoro più leggero (anzi, qui i miei orari sono quasi da ufficio), ma semplicemente di sprecare il meno possibile il tempo che ho a disposizione di sera e nei weekend.

Ieri sera, ad esempio, volevo suonare qualcosa di speciale: “Comptine d’un autre été, l’après-midi”, di Yann Tiersen. Il pezzo è divenuto piuttosto celebre perché inserito nella colonna sonora del film “Il favoloso mondo di Amélie”.

Intelligenza, mezza bellezza?

 

Mi sento un modello. Sì, uno di quei bellocci che si vedono in televisione e per i quali tutte le ragazzine sbavano. Ok, è vero, per me non sbava nessuno, ma solo perché sono capitato nel secolo sbagliato. O forse semplicemente sul pianeta sbagliato. Ma andiamo con ordine.

Oggi mi è arrivata una lettera dell’associazione Mensa Italia con la quale mi si dice che sono intelligente. In particolare, sempre secondo gli psicologi dell’associazione, io apparterrei a quel 2% di popolazione mondiale che ha un QI (quoziente d’intelligenza) maggiore di 130. In realtà questo dato era già in mio possesso, visto che alcuni psicologi del Gaslini avevano stimato il mio QI a 165 quando avevo solo quattro anni. Questa notizia me ne ha dato una conferma più o meno ragionevole.

Perché, però, la storia del modello nel primo capoverso di questo articolo? Perché l’apporto personale a questo tipo di risultati è zero. L’intelligenza, così come la bellezza, è una qualità innata. Il fatto stesso che è stato possibile calcolarla a 4 anni ne è la prova.

Ora, quindi, incassata questa ottima notizia, mi resta quello che io considero il grosso del lavoro: rimboccarmi le maniche e cercare di non buttare nel cesso ciò che – non per merito mio – mi è permesso di possedere.

Ciao Giorgio

Ogni volta che qualcuno muore, mi viene in mente “Preghiera in gennaio” di Fabrizio De André. È una canzone che parla di morte e di religione. Le due cose vengono sempre associate, perché l’oppio dei popoli serva ad attenuare il dolore e ad accettare che tutto questo abbia un senso.

Oggi ci ha lasciato Giorgio Daledo, un uomo che ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare durante la mia esperienza universitaria e collegiale. Una moglie e tre figlie distrutte dal dolore, e una comunità che ancora stenta a crederci. Lo ha divorato in meno di due mesi una malattia tanto fulminea quanto inaspettata. Quando queste cose capitano a 90 anni, si accettano, ma quando capitano a 54 appena compiuti la rabbia è troppa. Troppa per pensare che dopo ci sia qualcosa di bello, troppa per pensare che “le vie del Signore sono infinite”.

Per fortuna di lui conservo ancora il ricordo forte di una bella amicizia. E non ci sarà ideale o dio che riuscirà a cancellarlo.

Nemmeno alla Corrida

Stanotte ho dormito poco. Come se non bastasse, poi, stamattina mi sono svegliato con in testa una musichetta davvero alienante. Dopo vari tentativi di capire a quale misteriosa canzone appartenesse la melodia, ho avuto una visione: Sanremo 2002, Lollipop, Batte forte.

Comprendo perfettamente chi in questo momento sta smettendo di leggere il post e ancora di più ha tutto il mio sostegno il lettore che si sta dirigendo velocemente in bagno per espellere la colazione dal buco sbagliato. Tuttavia i fatti sono questi e non ci posso fare nulla.

Dopo ore e ore nel tentativo di compiere l’esorcismo che eliminasse questa impurità dal mio corpo (leggere un libro di Machine Learning pensando al peggior pop italiano di sempre non è proprio il massimo), ho deciso di adottare la terapia d’urto: cercare il pezzo su YouTube. Ne ho trovate addirittura due versioni: quella ufficiale, registrata in studio e incisa nei dischi, e il live al Festival di Sanremo. Da questa seconda esibizione deriva l’idea di questo post e la profonda consapevolezza che essere belli è molto più utile che essere capaci.