I mille fork dei Bitcoin

(immagine presa da reddit, modificata dall’originale di xkcd)

Ho iniziato a sentire parlare di bitcoin nel lontano 2010, quando ancora nessuno se li filava e – soprattutto – quando ne avrei potuto comprare a migliaia per un prezzo irrisorio e ora non sarei qui a scrivere sul blog ma vi saluterei da una spiaggia caraibica. Purtroppo sono qui.

Non mi perderò a spiegare cosa sia il bitcoin perché al lettore che non dovesse saperlo sconsiglio vivamente di andare avanti in questo articolo.

Si parlerà infatti di fork, un termine informatico molto tecnico che si usa per definire la separazione di un progetto in due progetti distinti, che prendono ognuno la sua strada. Per fare una similitudine, un fork può essere rappresentato da una parte dei dipendenti di un’azienda che abbandona quest’ultima per fondarne una propria, molto simile alla precedente ma con qualche differenza (che normalmente motiva la scissione). Un fork famoso nell’informatica quotidiana è stato quello che ha portato alla nascita di LibreOffice nel 2010, che si è separato da OpenOffice.

Anche il bitcoin, essendo un oggetto informatico, può subire un fork e separarsi in due valute distinte, ognuna delle quali prende la propria strada. La domanda che può sorgere spontanea è: perché fare un fork quando è possibile creare una nuova moneta da zero con le caratteristiche richieste? La risposta è semplice: fare un fork dà automaticamente visibilità alla nuova moneta (che quindi non si perde tra le più di 1300 in circolazione) perché chi possedeva bitcoin prima del fork si ritrova con, in aggiunta, una certa quantità della nuova moneta appena creata. È come lanciare sul mercato un prodotto che ha già milioni di utilizzatori. Comodo, no?

Ovviamente nessuno si è interessato di fare fork di bitcoin finché questo non è diventato famoso, tanto da popolare le prime pagine dei giornali di tutto il mondo: nonostante il bitcoin abbia già più di 8 anni, il primo fork risale infatti solo all’estate scorsa, e ha dato vita a Bitcoin Cash.

La moda poi si è sparsa in giro per la rete, e ora esistono molte monete nate dalla scissione del bitcoin. Come detto, tutti gli utenti che possedevano una certa quantità della moneta elettronica al momento del fork si troveranno in saccoccia anche un certo quantitativo (spesso uguale) di quella nuova.

Vediamo una rapida carrellata degli ultimi fork di una certa importanza (ce ne sono stati altri rispetto a quelli elencati, ma non hanno riscosso particolare successo).

Bitcoin Cash. È il primo della serie, avvenuto il primo agosto 2017, a partire dal blocco 478559 della catena di blocchi del bitcoin (la famosa blockchain). Motivo della scissione è stata la necessità di aumentare la dimensione dei blocchi della catena, che in pratica permette di poter registrare le transazioni più velocemente, senza dover aspettare tempi ormai geologici, dovuti all’intasamento dell’uso del bitcoin per via della celebrità crescente.

Bitcoin Gold. Avvenuto il 24 ottobre 2017 al blocco 491407, il Bitcoin Gold è stato sponsorizzato come un modo per riportare il mining (ovvero il calcolo necessario a trovare nuovi bitcoin) di nuovo nelle mani degli utenti, rendendo obsoleto tutto l’hardware costruito appositamente per risolvere il problema matematico necessario nel bitcoin (chiamato ASIC).

Bitcoin Diamond. Avvenuta il 24 novembre 2017, al blocco 495866. Ha la caratteristica chiave di offuscare la quantità di moneta presente in ciascun indirizzo (nel bitcoin e in gran parte dei fork le informazioni sulle transazioni e sui saldi dei singoli “conti” sono pubbliche); inoltre decuplica il numero di unità disponibili, con la conseguenza che chiunque abbia un bitcoin prima del fork si ritroverà 10 Bitcoin Diamond.

United Bitcoin. Scissione del 12 dicembre 2017, al blocco 498777. Ha aggiunto al protocollo originale la possibilità di registrare contratti (come già avviene in Ethereum, una moneta virtuale nata proprio con questo scopo, che però non lavora sulla stessa catena di blocchi del bitcoin).

Super Bitcoin. Fork molto vicino al precedente, avvenuto il 12 dicembre 2017, al blocco 498888. Vuole mettere insieme tutte le caratteristiche degli altri fork (anonimato, registrazione contratti, scalabilità, ecc.), che però verranno introdotte in successive modifiche durante il 2018.

SegWit2X. Fork molto discusso e rimandato più volte, avvenuto infine il 28 dicembre 2017 al blocco 501451. Prevede molte modifiche al protocollo originale, come l’aumento della dimensione dei blocchi, il cambio di algoritmo (da ASIC a X11) e alcuni interventi molto tecnici che esulano dallo scopo di questo articolo.

Se vi sembrano tanti, sappiate che questi sono solo i più importanti (ovvero quelli già inclusi in CoinMarketCap). Ce ne sono altre decine, che i più curiosi possono trovare sull’apposita pagina di Wikipedia.

Gli editoriali light (e come leggerli gratis)

In principio furono gli editoriali. Erano lunghi articoli di ampio respiro che i direttori dei giornali erano soliti scrivere e pubblicare ogni mattina, solitamente nella prima colonna della prima pagina del giornale. Non che siano spariti, eh. Quelli ci sono sempre, solamente che ormai non se li caga più nessuno. Così come in pochi, ormai, comprano i giornali cartacei o – semplicemente – hanno la pazienza di leggere un testo più lungo di un post pubblicato su Facebook.

E così i giornali si sono adeguati, fornendo al lettore una versione “light” di questi editoriali, di dimensione adeguata al nuovo pubblico frettoloso. Il primo è stato La Stampa, con il Buongiorno di Massimo Gramellini (1999). Poi si è involontariamente affiancata La Repubblica, la cui “Amaca” di Michele Serra (2001), ormai campeggia sulla prima pagina del quotidiano romano.

Grande assente, il Corriere della Sera, che fino a qualche mese fa non possedeva nulla di tutto ciò e che, seguendo la filosofia delle grandi aziende americane, piuttosto che partorire una propria idea e rischiare il fallimento ha preferito mettere sul piatto un sacco di soldi e comprarsi l’idea del vicino. Da qualche settimana, Massimo Gramellini si è accaparrato la prima pagina del giornale di Via Solferino, sostituito sulla Stampa dall’ottimo Mattia Feltri.

La cosa divertente è che, mentre la rubrica di Michele Serra ha una sua identità nel sorridere di vizi e virtù degli italiani, le rubriche di Feltri e Gramellini sono praticamente identiche (in sostanza, raccontare e commentare un fatto del giorno precedente in luce positiva): da una parte La Stampa non voleva cambiare un format di sua invenzione, dall’altra il Corriere voleva vincere facile e ha detto a Gramellini di fare al Corriere quello che per quasi 20 anni aveva fatto alla Stampa, senza cambiare una virgola.

È così successo quello che stavo aspettando da tempo, cioè che i due giornalisti a un certo punto si sovrapponessero sulla medesima notizia: Il giudice e la bambina e Reato di anzianità (pubblicati entrambi il 14 marzo) sono quasi l’uno la copia dell’altro. Anche oggi i due articoli hanno sfumature simili, lodando il mondo digitale e i social network come salvatori delle generazioni future.

Al di là degli aspetti divertenti della questione, non nego che i tre articoli tutte le mattine mi allietano il risveglio (mi danno il Buongiorno, nomen omen). Non secondaria – anzi, fondamentale – è la buona notizia: tutte e tre le rubriche possono essere lette gratuitamente su internet. Anzi, ufficialmente due: il Buongiorno di Mattia Feltri è addirittura rilasciato con licenza libera Creative Commons, pertanto può essere condiviso e citato; l’Amaca di Michele Serra è disponibile sulla sua pagina Facebook.

Un discorso a parte merita il Caffè di Massimo Gramellini, che è disponibile sul sito del Corriere, ma con alcune limitazioni navigando dallo smartphone. Dopo 10 visite al sito, infatti, iniziano a comparire banner per cui occorre registrarsi e pagare un abbonamento mensile. È comprensibile che il Corriere voglia rientrare del gigantesco investimento, però far pagare nel 2017 un abbonamento per leggere un sito è anacronistico come scommettere su una gara di bighe. Comunque il trucco è semplice: navigando sul sito del Corriere in “modalità incognito” (in Google Chrome) o “anonima” (in Firefox) il banner sparisce e gli articoli diventano tutti leggibili gratuitamente all’infinito.

In partenza per Eindhoven

Lo so, è tanto che non scrivo su questo blog, ma la regola zero per scrivere è avere qualcosa da dire. In realtà avevo tantissimo, ma con poca voglia.

Detto questo, oggi mi sono imbarcato in una esperienza mistica: raggiungere l’aeroporto di Treviso.

Tutto è nato per un errore. Cercando gli aeroporti che connettono direttamente un luogo vicino a Trento con un luogo vicino a Eindhoven, mi trovo un comodissimo Venezia-Eindhoven firmato Ryanair. Lo compro al volo (scusate il gioco di parole) per poi accorgermi che Ryanair ammette una definizione di Venezia più elastica della mia: Treviso *è* Venezia. D’altra parte, se Malpensa *è* Milano, non è del tutto scorretto considerare Treviso come costola di Venezia. Purtroppo però l’aeroporto di Treviso non è collegato bene quanto quello di Malpensa.

Prendo atto della mia disattenzione e constato che l’aereo in partenza alle 20.20 mi dà tutto il tempo di arrivarci senza bisogno di una levataccia. Guardo gli orari di Trenitalia e trovo una combinazione di tre treni regionali che, attraversando le bellezze della Valsugana, mi portano a Treviso in tre ore. Non male, se non fosse che le due coincidenze sono rispettivamente di 8 e 11 minuti. Un po’ poco, considerati gli standard non proprio giapponesi cui Trenitalia di ha abituati.

Poi dalla stazione di Treviso all’aeroporto c’è un comodissimo bus urbano, e su quello mi sento più tranquillo (alla peggio c’è sempre il taxi).

Prenoto quindi questo viaggio mistico (per la mirabolante cifra di 9.85 euro) in modo da poter perdere entrambe le coincidenze: partenza ore 13.21 dalla stazione di Povo (ebbene sì, la Valsugana passa a 200 metri da dove lavoro). Senza intoppi, l’arrivo previsto sarebbe alle 16.20, quattro ore prima della partenza dell’aereo.

In tutto questo tempo, magari riesco pure a lavorare un po’.

Le mie buone intenzioni cessano immediatamente, appena salito sul treno a Mesiano: l’orario doveva farmi sospettare che si sarebbe riempito di imberbi studenti sulla via di casa dopo la mattinata di scuola. E infatti così è stato: inizio il viaggio in modo un po’ traumatico, stretto su un seggiolino a scomparsa e impossibilitato a tirar fuori il computer e lavorare. Pazienza, c’è sempre il mio fidato telefono, da scaricare tampinando di messaggi inutili gli account whatsapp di un po’ di gente che mi sopporta.

A Borgo Valsugana Est, la quiete dopo la tempesta: il treno si svuota e io posso iniziare a lavorare, senza mai staccare l’occhio da Viaggiatreno, l’app di Trenitalia che ti dice di quanto il treno è in ritardo (è buffo come Trenitalia abbia preferito fare un grosso investimento sul comunicarti con chirurgica precisione il ritardo di un treno, invece di investire sul tentativo di farlo arrivare in orario). Per ora sono solo 4 minuti, ma considerato che la coincidenza è di 8 e siamo solo a metà tragitto, direi che la statistica non è dalla mia parte.

E invece, ecco che il Triveneto stupisce: a Bassano del Grappa (stazione del primo cambio) arrivo in orario perfetto. Con tanto di capotreno che al mio “che bello, abbiamo recuperato il ritardo” mi ha risposto “ma noi non siamo mai stati in ritardo”. Va be’, glielo concedo.

Anche il secondo cambio (in quel di Castelfranco Veneto) va tutto a buon fine, così come il bus che dalla stazione di Treviso porta all’aeroporto. Quest’ultimo, timidino, ha la stazza paragonabile a quella del MediaWorld di Trento, per cui, se non avessi chiesto a un autoctono trevisano se la fermata dove scendevano tutti fosse proprio quella dell’aeroporto, probabilmente adesso sarei ancora sul mezzo in attesa della Heathrow del Nord-Est.

Comunque eccomi qui, con più di tre ore di anticipo sull’orario del volo, a scrivere cazzate sul blog e a cambiare il mac address del mio computer ogni 30 minuti, così da fottere il wi-fi gratuito dell’Aeroporto di Treviso.

Acqua, un bene di lusso

(Pubblico qui di seguito la lettera inviata all’Adige, che il quotidiano ha pubblicato in data odierna nello spazio riservato alle segnalazioni dei lettori)

Spett.le Adige,
vi scrivo per parlarvi di un aspetto della nuova apertura del Burger King che mi ha lasciato alquanto perplesso.

Ho letto più volte (sull’Adige e su altri media) di come questa apertura abbia creato posti di lavoro e di quanto il gigante americano abbia sottolineato che molti suoi prodotti sarebbero stati acquistati in Italia, alcuni addirittura da produttori locali.
Ammetto di essere molto attratto da questo tipo di cibi, pertanto ho voluto provare subito il nuovo arrivato (mercoledì 20 gennaio, intorno alle 22.30). Mi avvicino al bancone e ordino il menu. Non mi viene chiesto quale bevanda voglia (come accade negli altri ristoranti della catena e nella maggior parte di quelli della concorrenza), ma mi viene fornito un bicchiere vuoto. La peculiarità del Burger King di Trento è la possibilità di riempire il proprio bicchiere infinite volte, con la bibita che più si preferisce (questa opzione viene chiamata “free refill”). Stuzzicato da questa novità, prendo il mio bicchiere e vado dalle bibite. Ci sono tutte: Coca Cola, Fanta, Sprite, tè al limone, addirittura il ghiaccio, ma… noto subito un’assenza pesante, ovvero l’acqua. Nonostante quei distributori producano in loco le bibite a partire dall’acqua, quest’ultima non è prevista dal distributore.
Torno quindi un po’ scettico alla cassa, chiedendo come sia possibile avere della banale acqua, e la ragazza mi risponde gentilmente che dovevo dirlo prima e che ormai avrei dovuto pagare l’acqua a parte (notare che non avevo ancora utilizzato il mio bicchiere vuoto). Ma come? Posso prendere infinite volte le bibite zuccherate e gasate, peraltro dannose per la salute, ma devo ricordarmi di chiedere l’acqua prima?
Infine, la beffa finale: se anche avessi preso l’acqua, ne avrei avuto solo il mezzo litro canonico della bottiglietta, senza possibilità di free refill.

Sono rimasto negativamente sorpreso da una politica aziendale così ottusa e orientata al puro marketing. Altro che produttori locali e “made in Italy”: qui le multinazionali che producono bevande riescono a imporre la loro presenza in modo così determinante da far diventare l’acqua una bevanda di lusso e negarla ai consumatori meno attenti.

Spero vivamente una marcia indietro del Burger King di Trento, altrimenti temo che la mia visita della scorsa settimana sarà anche l’ultima.

Nel ringraziare dell’attenzione, porgo distinti saluti.
Alessio Palmero Aprosio

Meno imposte di bollo per tutti

Chiedo scusa ai miei 25 lettori se sono stato un po’ assente, ma il clima vacanziero ha divorato il mio tempo libero!

In questi giorni sto ottimizzando un po’ la burocrazia che invade la mia vita, un po’ per risparmiare e un po’ per avere meno garbugli in testa. Per esempio, i conti in banca: alcuni aperti per comodità, altri per obbligo, altri per offerte varie, alla fine mi sono trovato con un sacco di conti riempiti ciascuno con pochi spiccioli. Un po’ come avere tanti telefonini e non aver nessuno da chiamare: meglio scegliere un solo cellulare e portarsi dietro quello (o trovare qualche amico in più).

In particolare, oggi volevo chiudere il conto Hello Bank, aperto in un momento in cui la banca pubblicizzava offerte da capogiro (iPad gratis se apri il conto e accrediti lo stipendio per almeno un paio di mesi), e speranzoso di utilizzarlo poi da un punto di vista operativo. Purtroppo l’interfaccia web scadente e l’utilizzo intensivo dell’OTP (one-time password) mi hanno fatto desistere. Inoltre sono rimasto molto deluso quando ho pagato un F24 tramite il sito e ho potuto scaricare la ricevuta di tale pagamento solamente dopo 20 giorni. Un conto online dalle tempistiche offline. Ora una piccola digressione che può dire molto sull’affidabilità del conto. Quanto ho telefonato perché il link per scaricare la ricevuta continuava a non comparire, si sono scusati e mi hanno detto che mi avrebbero inviato il documento via mail, dietro sillabazione della mia password per telefono all’operatore che mi aveva risposto. Ma stiamo scherzando? E se usassi quella password anche per altri servizi? Come faccio a sapere che quell’operatore (essere umano, pensante e quindi potenzialmente stronzo) non la userà per provare a entrare nel mio account Facebook o nella mia posta elettronica, se per caso ho avuto la – stupidissima – idea di usare la medesima password per più di un servizio? E comunque, cosa più importante: invece di istruire gli utenti che la password non deve mai essere divulgata a nessuno per nessun motivo me la vieni a chiedere per telefono? Insomma, ramanzina in diretta per l’operatore e l’acquisizione della consapevolezza che Hello Bank è gestita da persone inesperte. D’altra parte basta guardare l’interfaccia per gestire il conto per capire che chi l’ha creata non aveva la minima intenzione di utilizzarla per davvero. Fine della digressione.

Volevo chiudere il conto, si diceva. Faccio il login e vado in giro per cercare una FAQ (che trovo) sulla procedura per farlo. Nel mentre, noto che non mi è stato addebitato l’usuale obolo di 8.55 euro trimestrali per il pagamento dell’imposta di bollo, in sostanza una tassa dovuta allo stato per il solo fatto di avere un conto in banca (un po’ come il bollo per l’automobile). Ho cercato su internet, per scoprire la fantastica verità: grazie alla legge salva-Italia (del 2012, la ricordate?), l’imposta di bollo si paga solo sui conti che – mediamente – contengono almeno 5mila euro. Wow!

Innanzi tutto mi si è automaticamente risolto un problema: invece di chiuderlo, è più pratico svuotarlo e lasciarlo abbandonato.

In secondo luogo, mi sono chiesto: ma quindi se io apro un tot di conti senza canone (tipo quelli online) e suddivido lì il mio patrimonio non devo pagare nulla? Purtroppo no. O meglio: sì, ma con alcune limitazioni. Una di queste riguarda i conti nella stessa banca: se il totale dei soldi contenuti nei conti di uno stesso gruppo bancario supera la fatidica soglia, la tassa va pagata ugualmente. Per fortuna però in Italia non siamo certo a corto di banche; e per sfortuna non ho così tanti soldi da incamerare per cui non mi bastano le banche. Basta creare conti diversi nelle diverse banche online (per esempio la già citata Hello Bank, ma anche l’ottima Fineco, la gialla CheBanca!, l’arancione Ing Direct e chi più ne ha più ne metta), stando attenti ai gruppi di appartenenza. In questo modo, si può evitare di pagare una tassa senza infrangere alcuna legge. Sì, lo so, sembra una cosa stranissima, ma a volte questa magia si realizza anche in Italia.

In soldoni (gioco di parole), per ora ‘sto conto lo tengo.

Una vita in più

Il nostro corpo è una macchina meravigliosa: complessa tanto quanto basta per poter affermare con certezza che non ne esistono due uguali. Tuttavia, come accade per ogni struttura elaborata, è soggetta ad alcune criticità che ne possono compromettere il funzionamento, a volte in maniera definitiva. E questa è la principale proprietà che differenzia l’essere biologico da quello meccanico: il primo non può essere ripristinato in alcun modo, una volta che se ne è decretato il decesso.

La letteratura medica parla di tre pilastri fondamentali che – se mancanti – richiedono un intervento urgentissimo perché possono degenerare velocemente: coscienza, respiro e circolo. Andando più nei dettagli, ci sono alcune operazioni molto semplici che, se conosciute e utilizzate al momento opportuno, posso realmente fare la differenza tra la vita e la morte.

Per quanto riguarda la coscienza, in realtà questa di per sé non porta necessariamente a una situazione rischiosa (quando dormiamo siamo incoscienti, ma non stiamo rischiando nulla); tuttavia, l’incoscienza può causare effetti collaterali ad altissimo rischio, come per esempio uno svenimento durante una nuotata in piscina o in concomitanza con un conato di vomito. Per questo motivo esiste la posizione laterale di sicurezza: semplice da adottare qualora ci si trovi in presenza di una persona incosciente, purché si sappia che esiste.

Passando al respiro, invece, è palese che una sua interruzione può provocare un rapido decesso. Il caso repentino di interruzione di respiro più comune è quello causato dall’ostruzione delle vie aeree, quando cioè un corpo presente nella nostra bocca “va nel buco sbagliato” e invece di finire nello stomaco si blocca nella nostra trachea. In questo caso, esistono almeno due manovre da adottare.

  • La prima (detta di Heimlich) tenta di espellere il corpo estraneo da dove è entrato (la bocca) tramite una serie di pacche sulla schiena seguite da una serie di compressioni sotto lo sterno. Va adottata solamente quando le vie aeree sono completamente bloccate: finché si tossice, infatti, significa che l’aria passa ancora e non occorre fare nulla (nemmeno le usuali pacche sulla schiena della nonna: rischiano solo di peggiorare la situazione).
  • La seconda, da usare in caso di fallimento della prima, è il classico massaggio cardiaco (vedi sotto), che tenta di muovere il corpo verso una delle due direzioni possibili, tramite l’alternanza di compressioni sul torace e insufflazioni (respirazione bocca a bocca): se il corpo non riesce a uscire dalla bocca tramite le prime, si spera che si infili in uno dei due bronchi con le seconde, lasciando l’altro bronco libero di respirare.

Infine, il circolo. Anch’esso fondamentale per la vita, può essere interrotto in due modi: un problema al cuore e una emorragia. Se si pensa alla circolazione sanguigna come all’impianto idraulico di una casa, è chiaro che l’acqua può mancare se si interrompe la fornitura a monte (cuore) oppure se si spacca un tubo (emorragia).

  • Nel primo caso, si esegue il massaggio cardiaco (quello che si vede spesso nei film) alternando compressioni sul torace e insufflazioni: le prime simulano il battito cardiaco e inviano il sangue agli organi che ne hanno bisogno; le seconde simulano il respiro (che in caso di arresto si interrompe dopo pochi minuti) e permettono al sangue in circolo di essere ossigenato. Vale la pena ricordare che il sangue non è altro che il modo che ha il corpo per distribuire l’ossigeno agli organi, pertanto le sole compressioni risulterebbero inutili perché porterebbero sangue scarico.
  • Il caso dell’emorragia è invece paradossalmente più semplice: se c’è un buco nel tubo, basta chiudere il tubo e impedire che il liquido esca. Fuor di metafora, per interrompere una emorragia causata da una ferita è sufficiente (almeno nei casi più fortunati) premere su di essa per limitare l’uscita di sangue.

Quattro manovre, nemmeno troppo difficili: il prezzo da pagare è solo impararle, e ripassarle ogni tanto. Se le nostre istituzioni scolastiche si occupassero anche di questo e insegnassero le basi del primo soccorso, come già accade in altre realtà europee, al prezzo di qualche ora di storia o letteratura vivremmo tutti più tranquilli.

Ah, la pubblicità

(Credits immagine: Vice Italia)

C’erano tempi in cui ogni tanto ti chiamavano per proporti qualche offerta commerciale. Purtroppo quei tempi sono finiti, non tanto perché ora non chiamano più, bensì per il motivo opposto: chiamano troppo.

Per questo motivo, nel 2010 il Governo Italiano ha creato il Registro delle opposizioni. Ciascun utente, registrando il proprio numero su questo registro, di fatto inibisce queste chiamate: un call center che voglia proporre offerte commerciali è tenuto a consultarlo prima di chiamare un numero, pena… nulla! Come sempre.

Nonostante io sia registrato a questo servizio da quando esiste, continuo a ricevere le noiose telefonate. All’inizio ero solito ascoltare, poi ho iniziato a dire gentilmente che la telefonata costituiva un illecito, poi sono passato all’insulto, ora semplicemente riattacco. E salvo il numero. Sì, perché la legge dice anche che le telefonate di tipo commerciale non possono arrivare da un numero sconosciuto. Qualcuno potrà dire – in base alla propria esperienza – che nemmeno questo accade, e avrebbe ragione. Tuttavia le chiamate da numero privato sono sempre meno, e possono essere identificate facilmente attuando la policy di non rispondere (cosa che faccio io, lo sottolineo, così chi mi chiama da un numero privato sa perché non rispondo).

In questi anni, ho raccolto un discreto elenco di numeri di call center, che sul mio cellulare risultano bloccati: vorrei condividere questo elenco col mondo.

  • +39 02 91717963
  • +39 06 5234000
  • +421 905 980 837
  • +39 0984 1813200
  • +39 06 77788821
  • +39 334 1783204
  • +39 079 65896
  • +39 390 7965896
  • +39 055 12580
  • +39 055 05651
  • +39 055 12468
  • +39 06 91717963
  • +39 0931 45258
  • +39 011 2272094
  • +39 02 37901337
  • +39 0321 05423
  • +39 390 58615805
  • +39 055 3477890
  • +39 02 370704
  • +39 327 2614197
  • +39 0536 12469
  • +39 0744 56650
  • +39 0536 12548
  • +39 0183 25452
  • +39 0183 54755
  • +39 0171 45233
  • +39 070 0993385
  • +39 02 8877293
  • +39 346 7839954
  • +39 334 6134049
  • +39 0575 1656694
  • +39 045 6892
  • +39 06 449100
  • +39 342 5906416
  • +39 02 6855369
  • +39 02 45467864
  • +39 070 7348115
  • +39 393 333256580
  • +39 02 29532355
  • +39 06 97626255
  • +39 02 45901003
  • +39 06 94808988

Multa cum gaudio

A settembre sono andato a San Sebastián e Lisbona, rispettivamente per un meeting di NewsReader, il progetto europeo per cui lavoro, e per EMNLP, una conferenza internazionale sull’elaborazione del linguaggio naturale (nella quale presentavo un lavoro scritto insieme a Sara Tonelli dell’unità Digital Humanities di FBK).

Fatto sta che alle 4.26 di notte del 17 settembre tornavo a Bilbao per prendere il primo aereo per Lisbona. Potete immaginare quanto traffico ci fosse per strada, così ho (forse) pigiato un po’ troppo sull’acceleratore e ho visto un lampo luminoso. Puntuale come la morte è arrivata la multa, una simpatica raccomandata direttamente dal governo dei Paesi Baschi. Nell’inutile foto in alto potete vedere la targa della mia auto: il resto è buio (d’altra parte era notte, come già detto). Il mezzo era affittato, quindi in soli due mesi il governo basco è riuscito a verificare l’infrazione, contattare l’azienda di noleggio e inviarmi la comunicazione. È incredibile l’efficienza della cosa pubblica quando deve recuperare denaro.

Non andavo nemmeno troppo veloce. O meglio: secondo i limiti vigenti sì, ma noto con un velo di piacere che le idiozie nel gestire i limiti di velocità sono le medesime che si trovano in Italia: come fai a mettere un limite di 80 km/h in un tratto rettilineo di strada a 4 corsie solo per il fatto che è in galleria? Tra l’altro era notte, quindi il fatto che fosse in galleria rendeva la strada addirittura più illuminata e sicura.

Va be’, probabilmente l’autovelox si stava annoiando: stava per scattarsi un selfie, quando mi ha visto arrivare: non credeva alla sua macchina fotografica!

La multa era scritta tutta in due lingue (spagnolo e basco), come è prassi nelle zone del mondo dove la tensione tra governo centrale e governo locale è alle stelle. In questo caso, questi contrasti mi hanno permesso di capire almeno a che cosa si riferisse al documento, perché la parte in spagnolo è come fosse in italiano. No comment sul basco, completamente incomprensibile a chi non lo conosca direttamente.

La cosa divertente è che c’era un’unica parte scritta in inglese: quella sulle istruzioni per il pagamento. Il messaggio è chiaro: caro contribuente straniero, anche se non hai capito un cazzo di quello che hai fatto, sappi che devi pagare. La cosa strana è che quella parte era in inglese senza le controparti spagnola e basca. Mistero.

In conclusione, mi è andata bene: 50 euro per aver superato i limiti di 28 km/h. Sarebbero stati 100 in origine, ma si applica uno sconto del 50% se si paga entro 30 giorni. La stessa infrazione, in Italia, sarebbe costata almeno 50 euro in più, con uno sconto del 30% se pagata… subito! Chapeau alla Spagna.

 

Vegani? No, grazie!

Ho sempre avuto un po’ di pregiudizi nei confronti dei vegani, una sorta di razzismo per cui cerco di starne alla larga, in particolare a ore pasti.

Questa sera, però, volevo ricredermi e ho dato loro una possibilità di riscatto.

Ho deciso di andare a mangiare in un ristorante della catena Veggy Days. Già il nome dice tutto, soprattutto per il fatto che lo slogan è “il vegano dal sapore italiano”. Il nome “veggy days” mi fa venire in mente tutto fuorché un sapore italiano (o men che meno casereccio, bio, ecc.).

Inizio con un Chinotto. Vado pazzo per il Chinotto. Berrei Chinotto dal mattino alla sera. C’è un Chinotto bio: proviamolo!

Il Chinotto in questione è fatto da Galvanina, un’azienda orgogliosamente italiana che imbottiglia bibite biologiche dal 1910 (quando probabilmente tutte le bibite erano biologiche). Guardando gli ingredienti, noto subito che l’unico ingrediente biologico è lo zucchero. Mi sarei aspettato che lo fosse almeno il frutto del chinotto (presente per ben lo 0,2% del totale). Passando al gusto, potrei riprodurlo prendendo un chinotto commerciale (tipo Sanpellegrino) e aggiungendo acqua. Bocciato.
Costo: 4 euro, un’esagerazione. Nel frigo dove la cameriera l’ha preso campeggiava un’etichetta “3 euro”, e alla richiesta di spiegazioni mi è stato detto che al tavolo costa un euro in più. Manco fossimo in Piazza Duomo a Milano.

Pessimo inizio.

Il piatto principale è un hamburger denominato “spinacioso”, in cui il solito disco di carne trita è sostituito da una sorta di frittata di spinaci. Completano insalata, pomodori e maionese “veg”. Nel complesso non male, un prezzo ragionevole (6 euro), ma una capacità di saziare pari a una galletta di riso.

Il peggio arriva però con il dolce: veganisù, il tiramisù vegano. Ora, ammetto di essere stato un po’ ottimista nel pensare che un dolce con il 90% degli ingredienti a base di latte e uova potesse avere un fratello vegano all’altezza, ma la curiosità era troppa.
Mi arriva un oggetto dalla consistenza di una mousse bianca, priva di qualsiasi parte solida (ehi, nel tiramisù originale ci sono i savoiardi; sono biscotti, avete presente?) e privo di qualsivoglia sapore. Completamente moscio, inutile e molliccio. Costo: 5,80 euro, praticamente quanto l’hamburger.

Costo totale della cena: 21,80 euro in due.

In conclusione, cari vegani, vi ho dato una possibilità di farmi assaporare ciò di cui il mondo vegetale è capace, ma avete buttato questa opzione al vento. Continuo a pensare che la colpa sia della catena Veggy Days e non dei poveri vegetali; tuttavia continuerò a sfoggiare orgoglioso la mia maglietta anti-vegani, almeno fino al prossimo tentativo.