L’inizio della privacy (o la fine?)

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Che la situazione delle telefonate per offerte commerciali dovesse essere risolta, era un fatto noto a tutti. Ogni settimana ciascuno di noi riceve decine di telefonate da parte di call center che propongono offerte irripetibili, riservate solamente a noi.

Ora, forse, la situazione si sta evolvendo verso una strutturazione legislativa che finalmente permetta all’utente di decidere indipendentemente cosa fare della propria privacy.

Il nostro Governo, con il DPR 178/2010, ha istituito un nuovo registro, detto Registro Pubblico delle Opposizioni, dove ogni cittadino può iscrivere il proprio numero di telefono per impedire a qualsivoglia call center di chiamare. La norma, che si avvicina alla situazione europea, dà inizio quindi a un iter che porterà (si spera) sempre di più l’utente a gestire in autonomia la propria situazione sul tema “telemarketing”.

Tuttavia, c’è chi non è contento: con questa soluzione si passa al sistema del silenzio assenso, il che permetterebbe ai call center di chiamare chiunque non sia compreso nel registro. Proprio per tamponare questo rovescio della medaglia, alcuni operatori di telefonia (e non solo) hanno stretto un accordo che limiti i contatti a uno al mese e a orari precisi (feriali dalle 9 alle 21.30, sabato dalle 10 alle 19, mai nei festivi).

Chi volesse iscriversi può farlo a partire dal I febbraio 2011 sul sito della Fondazione Ugo Bordoni. Io sto già fremendo.

Cacca Chiesa in cesso stato

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Avete proprio letto bene: ho paragonato la Chiesa allo sterco. All’inizio volevo photoshoppare una bella caccona sopra la fotografia di San Pietro, ma poi mi spiaceva per tutti quegli artisti immortali (come Raffaello, Michelangelo e Bernini, per citarne alcuni) che ne hanno fatto uno dei monumenti più spettacolari del mondo.

Ma non divaghiamo.

Ormai da una vita (seppur non molto lunga, finora) mi chiedo cosa abbia portato l’avere lo Stato della Chiesa in Italia. Ogni volta mi rispondo: merda. Mi vengono infatti in mente solamente cose negative, tra le quali ne ho scelte tre.

  • I Patti Lateranensi. L’Italia è l’unico paese occidentale (correggetemi se sbaglio) in cui tutte le religioni sono uguali, ma una è più uguale delle altre. Così a scuola la Chiesa sceglie gli insegnanti di religione e un matrimonio celebrato in una chiesa cattolica è automaticamente valido anche in comune. Inoltre, non dimentichiamo il furto legalizzato dell’otto per mille, che in un momento di crisi come questo potrebbe portare aria pura alle casse statali.
  • Secondo la Chiesa, se Berlusconi dice una bestemmia “va contestualizzata”. Se però la dice qualcuno al Grande Fratello, allora deve essere immediatamente sbattuto fuori.
  • Esiste ancora una legge secondo la quale un edificio nel Comune di Roma non può essere più alto della cupola di San Pietro. A parte l’idiozia della cosa in sé, che ci paragona a quei Paesi dove l’estremismo religioso la fa da padrone, penso che la regola sia anche illegale, visto che il Cupolone si trova tecnicamente in un altro paese. È come se la Francia decidesse che a Nizza non ci può essere alcun edificio più alto dei palazzi di Monte Carlo. Suona strano, no?

Ora, al di là della mia esuberanza atea, penso che uno stato evoluto, che appartiene al G8 e che si spaccia come culla delle civiltà (l’Italia) deve necessariamente rivedere i suoi rapporto con uno stato enclave come quello della Chiesa. Ad esempio, eliminazione dei Patti Lateranensi e rimozione totale di qualsivoglia riferimento nella Costituzione Italiana. Inoltre, che si adegui ai minimi standard europei: ridimensionamento dei ripetitori di Radio Vaticana ai limiti del tumore, abolizione del segreto bancario, estradizione. Non ci sta? Allora niente Shengen, e obbligo del Passaporto per visitare San Pietro.

Ecco, ho finito; sono sudato, ma contento.

Essere sulla notizia

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Che le reti di Alice e Fastweb non siano sicure, è roba ormai nota e stranota nell’ambiente informatico.

I primi blog ne hanno parlato a giugno 2010. Io ho trattato l’argomento in un post del 22 novembre.

Oggi, all’alba del nuovo anno, dopo che decine di persone hanno sfruttato ADSL altrui per gironzolare tranquilli nella rete, anche la stampa generalista si è svegliata. In un articolo di Repubblica.it, infatti, si parla di “allarme degli esperti”. Un po’ come se iniziare a parlare di “allarme terrorismo” a quasi 10 anni dal crollo delle Torri Gemelle.

Quello che importa, però, è che finalmente la cosa venga divulgata adeguamente.

Anche se, a ben vedere, con le nuove norme sul wifi forse nemmeno serve più.

Per una rete neutrale

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La rete non è neutrale. Non sto parlando di censure o robe simili, ma di una questione più “tecnica” che però ci tocca tutti. Quando usiamo qualunque applicazione che necessiti di una connessione a internet, stiamo in realtà scambiando dati con il mondo grazie all’aiuto di un intermediario, il nostro operatore telefonico, che ci offre questa possibilità in cambio di un canone, solitamente mensile.

Ora, dietro questa apparente banalità si cela un problema molto sentito dagli utenti più esigenti e, soprattutto, dagli operatori che devono fare del profitto una ragione di vita. Questo problema è la quantità di dati che può passare nel filo telefonico da e verso il router, quell’oggetto con tante lucine che realizza per noi la magia di internet.

Da quello che si legge nelle brochure, le compagnie promettono megabit e megabit, tutti per noi e solo per noi. Ma siamo davvero sicuri che siano tutti per noi e solo per noi? La risposta è: forse. Ci sono infatti fortissimi sospetti che le compagnie telefoniche attuino una strategia di overbooking, ovvero vendita di banda in quantità maggiori di quella che possiedono. Spesso capita anche con i voli delle compagnie aeree low cost: vendono un numero di biglietti superiore al numero dei posti disponibili, perché c’è una percentuale fisiologica di persone che coglie l’offerta al volo, ma poi effettivamente non approfitta del viaggio acquistato.

L’overbooking è un rischio, certamente, ma perfettamente modellizzato e matematicamente stimabile, per cui è possibile minimizzarne i danni (ovvero abbassare il più possibile il rischio che qualche persona rimanga a terra per via della mancanza di posti) massimizzando al contempo il profitto dell’azienda.

Nelle compagnie telefoniche questo ragionamento è portato all’estremo, per via del fatto – fondamentale – che il classico utilizzo di internet, ovvero la navigazione del web, utilizza fisicamente la rete solamente per i pochi secondi necessari a scaricare la pagina. Successivamente, mentre l’utente si legge in santa pace il suo blog preferito, il doppino telefonico si gode un meritato riposo. Farebbe quindi gola a chiunque il fatto di promettere 20 megabit di banda a 100 persone pur avendone per 10: sarà sufficiente che tutti navighino in internet in maniera alternata, e che in ogni momento non più di 10 persone stiano effettivamente scaricando dati dalla rete.

Il giochino è durato senza problemi finché non sono comparsi i programmi per scaricare musica e film: le compagnie si sono trovate davanti una serie di utenti che saturavano la rete a disposizione, ovvero sfruttavano tutti i megabit disponibili in modo continuo, per scaricare l’ultimo album del cantante X o l’ultimo capolavoro del regista Y.

In un paese civile, le contromisure sarebbero state la promessa di minor banda oppure l’aumento delle tariffe. In realtà per non dover tornare sui propri passi, molte compagnie limitano volontariamente un certo tipo di traffico. Quindi, capita che se scarichi una pagina web la velocità è 100 KB al secondo, mentre da un programma p2p (come eMule o i vari client Torrent) non si riesce ad andare a più di 20 KB al secondo. Il fatto che questo comportamento sia corretto o sbagliato è ancora tutto da discutere. Sta di fatto che troppo spesso le compagnie non sono trasparenti nel comunicare al cliente questo tipo di controffensiva, quindi di fatto è molto difficile stabilire se una rete è “neutrale” o no.

Di questo problema si occupa Neubot, un progetto di ricerca sulla neutralità della rete del Centro NEXA per Internet & Società del Politecnico di Torino. Esso si basa su un programma leggero e open-source che gli utenti interessati possono scaricare e installare sul proprio computer. Tramite test eseguiti in totale trasparenza, il programma raccoglie e salva i risultati localmente, caricandoli poi sul server del progetto. Il set di dati raccolti contiene campioni provenienti da diversi Provider e consente di monitorare la neutralità della rete.

A questo progetto lavora un amico di lunga data, Simone, e ho deciso di dargli una mano per quanto mi sarà possibile (più che altro per la realizzazione dell’interfaccia web).

Se siete curiosi sulla neutralità della vostra connessione, provate a scaricare il programma e valutate voi stessi se la compagnia telefonica con cui avete l’abbonamento ADSL merita la vostra fiducia o meno.

Persuasione mediatica

Non guardo la televisione e onestamente mi frega poco anche del nucleare. Però, quando vedo pubblicità ingannevoli, mi incazzo.

Di recente, sta andando in onda sulle principali reti nazionali uno spot che pubblicizza il Forum Nucleare Italiano, una sorta di spazio della rete dove discutere del problema del nucleare in Italia.

La cosa mi è puzzata da subito: come è possibile che un medium come la televisione possa ospitare lo spot di un banale forum di opinione? Gli spot televisivi costano decine di migliaia di euro per messa in onda, quindi è praticamente impossibile che una qualunque associazione possa permetterselo.

La risposta alla mia domanda, arriva presto. Basta infatti andare sul sito web e visionare la pagina dei soci fondatori: Alstom, AnsaldoNucleare, Enel, Edf e molti altri noti. Insomma, non sono proprio azienducce disinteressate che vogliono fare chiarezza. Sono più che altro grandi compagnie altamente interessate che vogliono fare soldi.

Dove sta dunque il trucco? Praticamente ovunque.

Nello spot

Citando un interessante intervento di Italiani imbecilli, nello spot si nascondono una serie di tranelli psicologici.

Il colore degli scacchi: si noterà che la parte antinucleare gioca con i pezzi neri, mentre il giocatore che sostiene il nucleare muove i pezzi bianchi. Elementare, quindi, l’associazione simbolica. Il nero che è culturalmente legato all’idea della morte, del brutto, del cattivo, sostiene l’idea antinucleare. Il bianco, legato al concetto di purezza, di trasparenza, di bontà, sostiene l’idea del nucleare. Il messaggio percepito a livello emotivo è: il nucleare è buono, l’antinucleare è cattivo.
La voce fuori campo: al fine di potenziare ulteriormente la tesi pro nucleare, lo spot utilizza il timbro della voce. L’antinuclearista ha una voce aspra, mentre il nuclearista è doppiato con una voce suadente, leggera, soave, confidenziale. Lo spettatore è portato a legarsi emotivamente alla voce confidenziale, quindi alla tesi nuclearista. Si crea artificialmente uno scambio di fiducia reciproca tra lo spettatore e il nuclearista.
Anche la sceneggiatura dello spot gioca a favore del nucleare, nella parte finale, quando la voce fuori campo dice che il nucleare ‘è una grande mossa’. Subito dopo questa battuta non vengono compiute altre mosse sulla scacchiera, a indicare che l’ultima mossa del cavallo bianco (nuclearista) ha realizzato il suo scacco, ha vinto la partita (e l’italiano medio sta sempre dalla parte del vincente). Nello spot è quindi tutto già deciso a priori. Non c’è nulla da scegliere.

Nel sito

La situazione non è molto diversa sul sito web del Forum. Sia le news, sia le FAQ fanno pensare all’energia nucleare come alla soluzione tanto cercata per il problema energetico, un deus ex machina che risolve tutto.

Per fare un esempio, ecco le news che compaiono al momento della stesura di questo articolo:

  • Il nucleare conquista il Medio Oriente
  • Accordo tra Axpo, Alpiq e BKW FMB Energie per il nucleare in Svizzera
  • Umberto Minopoli nuovo segretario generale di Ain
  • India e Russia insieme per costruzione nuovi reattori

Nemmeno una di queste mette in dubbio l’utilità pratica e/o economica del nucleare. Analogamente, nelle FAQ, una domanda come Le centrali nucleari emettono sostanze radioattive?, viene rigirata brillantemente:

Si, emettono piccolissime quantità di radiazioni sotto forma gassosa o liquida, emissioni rigidamente controllate e molto diluite in modo tale che possano essere considerate trascurabili. Le dosi annue di radioattività assorbite dagli operatori più esposti sono infatti dello stesso ordine di grandezza di quelle assorbite per cause naturali come i raggi cosmici e la radiazione terrestre.

Si parla di “piccolissime”, “controllate”, addirittura “trascurabili”. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.

Ah, dimenticavo

Il fantomatico “forum” non è nemmeno un… forum! Non è possibile lasciare commenti né scrivere una propria opinione. Il tutto si riduce quindi a un sito prettamente pseudo-didascalico avente la classica struttura top-down: il visitatore entra e legge quello che gli “editori” hanno scritto. Fine.

Il futuro nel cloud

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Si chiama CR-48 e promette di essere il computer del futuro. La novità più importante è che… non ha l’hard disk. Secondo la scommessa di Google sul futuro di internet, gli hard disk presto andranno in pensione a favore del cloud: tutti i nostri dati risiederanno su internet, protetti dalle nostre credenziali, e saranno accessibili in qualunque momento da qualsiasi postazione.

Quindi, perché salvare i propri dati sul disco rigido, per poi doverselo portare appresso continuamente?

Non è tutto oro quello che luccica, però. Dubbi e perplessità rimangono sull’effettiva segretezza dei dati. Chi mi assicura che Google non utilizzi questi dati per fini commerciali? Inoltre, Google oggi c’è ed è forte, ma esisterà ancora tra 20, 30 o 50 anni? I miei dati sono davvero più al sicuro che a casa mia, dove posso controllarli (e anche ovviamente perderli o cancellarli erroneamente)?

Sceneggiatore open source

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Ogni volta che si usa il termine “open source”, tutti pensano all’informatica. Per fortuna non è così: si può decidere di spontanea volontà di condividere conoscenza, cultura, tecnologia o semplicemente idee anche in altri ambiti.

Questo ha fatto Fabio Bonifacci. A molti il nome non dirà nulla, ma in realtà è un uomo che, nella vita, ha idee. Poi le elabora, le scrive, le riscrive (probabilmente), ci lavora e poi le trasforma in un film. Sono suoi il soggetto e la sceneggiatura di molti film italiani usciti nelle sale cinematografiche: Diverso da chi?, E allora Mambo, Si può fare, Lezioni di cioccolato.

Purtroppo, però, di un film vengono ricordati sempre e solo il regista, gli attori, il produttore e, qualche volta, chi ne ha scritto le musiche. Raramente l’autore della storia passa… alla storia! Questo post è anche per ricordare al mondo che in quelle centinaia di righine alla fine del film (che nessuno guarda mai) ci sono persone utili e persone indispensabili. Penso che l’autore della storia e dei dialoghi di un film appartenga alla seconda categoria.

Riporto un passo tratto dalla pagina Il mistero di B. Craven del suo blog, che credo renda molto bene l’idea.

Quando scrivi un film, hai il 90% di possibilità di non venderlo.

Se lo vendi hai il 90% di possibilità che non venga prodotto.

Se viene prodotto, hai il 90% di possibilità che venga stravolto.

Se tutto invece va bene, hai il 50% di possibilità che sia un flop.

Ma se per caso la tua storia viene venduta, prodotta, girata bene e diventa un successo, allora hai il 100% delle possibilità: il merito lo prenderà qualcun altro.

E’ sceneggiatore professionista chi accetta questo scenario.

E’ grande sceneggiatore chi lo ritiene scenario ideale per fare un buon lavoro.

Nonostante questo, o forse proprio per questo, Fabio Bonifacci ha deciso di insegnare ai lettori del suo blog come si scrive una storia. Gratis. Che poi questa storia sia pensata per un film o per un libro poco importa, sono solo questioni tecniche.

Penso che per essere “grande sceneggiatore” sia necessario anche questo.

Viaggio in Portogallo /4 – 12 dicembre 2010

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Come per ogni vacanza che si rispetti, l’ultimo giorno mette sempre un po’ di malinconia.

La mattina inizia in modo positivo, con la scoperta che le due “coinquiline” non hanno russato e che una di loro supera abbondantemente la linea di demarcazione tra “bello” e “brutto”. Dalla parte di “bello”, ovviamente.

Dopo una colazione fai-da-te nella cucina dell’ostello, ricca di fauna piuttosto variegata e di cibo piuttosto standard, una passeggiata nella storica città di Porto ci permette di raggiungere facilmente le vie centrali, costellate di negozi crisi, tendente abbandono, evidente povertà e, per fortuna, edifici dalle caratteristiche piastrelline azzurre, le azulejos. Solitamente utilizzate per decorare gli interni, a Porto le azulejos spiccano invece su chiese e palazzi dando un po’ di colore a questa città evidentemente colpita dalla crisi (nonostante la metropolitana nuovissima perfettamente funzionante).

Seguendo la linea di tram 22, storica almeno quanto la 28 di Lisbona, raggiungiamo la piazza del teatro, dove dopo qualche minuto ci raggiunge Maria Luisa, in ritardo sulla tabella di marcia per via della scoperta che dormire è bello.

La gita prosegue verso la Cattedrale (chiusa), il cui piazzale offre una splendida vista sulla sterminata distesa di cantine produttrici del vino locale, il Porto, in perfetto stile hollywoodiano (anche nei nomi, tipicamente anglosassoni).

Per pranzo ci raggiunge l’amica di Maria Luisa con il suo ragazzo. Andiamo a mangiare in un posto vicino al mare, nella periferia della città. Porto, infatti, nonostante il nome e l’apparente e ingannevole posizione sulle cartine, non è direttamente affacciata sul mare.

Parcheggiamo quindi l’automobile e ci deliziamo con un pranzo luculliano a prezzo bassissimo.

All’uscita, brutta sorpresa: qualche malintenzionato (probabilmente lo stesso losco figuro che ci ha “aiutato” a parcheggiare in perfetto stile napoletano) ha tentato di rubare la nostra preziosa Fiat Punto, per fortuna con esito negativo. Rimane però il danno alla serratura dell’auto, che Hertz quantificherà nella franchigia prevista dall’assicurazione: 70 euro. Poteva andare molto peggio.

Un po’ tristi per il funesto epilogo e un po’ per la vacanza ormai terminata, ci prepariamo alla partenza con uno dei tanti Boeing 737 di Ryanair.

Viaggio in Portogallo /3 – 11 dicembre 2010

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Il risveglio al mattino non è stato dei migliori: la ragazza dell’Alaska che ha condiviso la camera con noi non ha smesso un secondo di russare e per me che ho il sonno leggero è stato un vero e proprio trauma. La Vale non ha di questi problemi e ha ronfato come un sasso.

Per fortuna la colazione era da leccarsi i baffi. Una boccolosissima signora di mezza età ci aspettava nella hall dell’albergo con addirittura due opzioni tra cui scegliere: uova e pancetta in stile anglosassone oppure crêpe con marmellata e nutella in stile mediterraneo. Optiamo per la seconda scelta e ci sbafiamo la nostra porzione di crêpe.

Chiara, la cugina di Maria Luisa, è impegnata con l’università per tutta la mattina, quindi ci incontriamo in centro con Maria Luisa per andare alla scoperta della chiesa di Santa Maria di Belém, nella zona ovest di Lisbona. Qui ci attende una seconda colazione nel locale storico Pastéis de Belém a base di un dolce molto tipico del Portogallo, il pastéis, appunto.

Dopo l’obbligata visita alla torre (con relative foto al limite della decenza tipiche dei turisti in vacanza), si torna in centro per l’appuntamento con la cugina di Maria Luisa. Nell’attesa, le due fanciulle scoprono (mio malgrado) alcune bancarelle di ninnoli vari. Per fortuna Chiara non si fa troppo aspettare.

Il pranzo è una sorpresa, così come il viaggio per arrivarci. Prendiamo infatti lo storico tram 28, le cui carrozze risalgono agli inizi del secolo scorso. All’arrivo ci aspetta un bistrot di paese, tipico e poco turistico, che ci serve manicaretti da leccarsi i baffi (e io che i baffi li ho davvero so di cosa parlo).

La seconda parte della giornata trascorre in un vecchio mercato, dalle dimensioni spropositate, che i portoghesi chiamano “mercato delle cose rubate”. Al suo interno si trova qualunque cianfrusaglia che possa venire in mente: dalle sorpresine dell’equivalente degli ovetti Kinder autoctoni, a pezzi di cellulare palesemente rotti, passando per vestiti nuovi e usati, scarpe (anche una sola) e porcellana varia. Qui trovo un paio di oggetti che possono interessarmi: li porto a casa con circa cinque euro.

Lungo la strada del ritorno, seguendo a piedi il tracciato del tram 28 ci fermiamo a prendere un tè su un Miradouro, dal quale la vista sull’estuario del Tago lascia senza fiato.

Una breve sosta a casa di Chiara per un caffè ci ricorda che la giornata a Lisbona è finita ed è giunto il momento di riprendere l’automobile (28 euro per parcheggiarla un giorno in centro) e avviarci alla volta di Porto.

Le tre ore di viaggio passano in fretta, anche dato lo scarsissimo traffico (quasi nessun camion) delle autostrade portoghesi. L’ostello che ci aspetta si rivela come sempre bello e pulito, vicino al centro e per fortuna facilmente raggiungibile con l’automobile. Maria Luisa, anche questa volta, riesce a scampare il lumino e si fa ospitare da una sua amica portoghese, conosciuta quando, qualche anno prima, questa aveva vissuto in Italia grazie al Progetto Erasmus.

Viaggio in Portogallo /2 – 10 dicembre 2010

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Nonostante una colazione in ostello non proprio memorabile (tutto autogestito), la seconda giornata del viaggio inizia nel verso giusto con un ottimo caffè espresso al bar Carolla, nella zona universitaria di Coimbra: 60 centesimi a testa, un prezzo mai visto, in particolare in terra straniera.

Coimbra, pur essendo grande all’incirca come Pavia, non offre molto se non la zona universitaria, posta nella parte centrale della città, che domina la restante parte da una lieve altura. Gli edifici dell’ateneo ricordano quelli della Sapienza di Roma: un’estetica fascista, per un cuore di morbido e sano comunismo studentesco.

Dopo il giro del Rettorato in compagnia del sottofondo musicale di Maria Luisa e della sua inseparabile guida Clup, salutiamo l’Università di Coimbra con la visione della Facoltà di Farmacia, che giace abbandonata e piena di erbacce, cinta da un cancello chiuso.

Il giro prosegue nella chiesa del paese, come la tradizione europea vuole. Al suo interno gli altoparlanti usati normalmente per la messa diffondevano una soave musica sacra, forse per incentivare i visitatori a mantenere un religioso silenzio.

A pranzo, ci lanciamo di corsa verso il ristorante che ci ha negato una cena la sera prima, per trovare una coda di cinque persone davanti a noi che durerà quasi un’ora. Nel frattempo a turno andiamo a fare un giro, e io decido di comprare i francobolli per le cartoline. Trovo subito grazie a Navigon un vicino ufficio postale, per scoprire che in Portogallo il concetto stesso di “ufficio postale” è molto strano: trattasi di un piccolo bugigattolo all’interno di una specie di tabaccaio pieno zeppo di gratta-e-vinci, lotterie e scommesse sportive.

Ammazzato il tempo necessario per ottenere il posto, entriamo nel tanto agognato locale e scopriamo il motivo delle code interminabili: l’unica sala del locale, comprendente la cucina, è grande non più di 50 metri e contiene esattamente sei tavoli, per un totale di circa 30 posti. Se poi si considera che è uno dei locali di punta della città, un’ora di attesa risulta quasi dovuta.

La pappa è ovviamente superlativa, a base di carne (i portoghesi mangiano praticamente solo quella) e a prezzi come sempre fuori da ogni abitudine italiana. Alla fine mangiamo con circa 10 euro a testa, esattamente come la sera prima. Per il caffè e la pipì ci affidiamo a un bar poco distante, dove Maria Luisa, non troppo a piombo a causa del vino bevuto al ristorante, riesce a (o crede di) rompere l’asciugamano del bagno, scoppiando successivamente in una risata fragorosa.

Dopo pranzo, si parte per Lisbona, seconda tappa della vacanza. Il viaggio non è lungo, ma estremamente abbioccante, sia per il pranzo luculliano, sia per la voglia di Pocket Coffee instillatami da Maria Luisa: in tutte le aree servizio dove ci siamo fermati abbiamo trovato scaffali pieni di Mon Chéri e Ferrero Rocher, ma di Pocket Coffee nemmeno l’ombra.

All’arrivo ci aspetta Chiara, la cugina di Maria Luisa, studentessa di architettura in Erasmus a Lisbona. La serata procede in un’originale movida portoghese comprensiva di cena multietnica con vari amici di Chiara: una ragazza bulgara, una spagnola, un’italiana e un giappo-brasiliano (ma non ditegli che è giapponese o, peggio, cinese, altrimenti si arrabbia).

Ora si tratta di portare l’automobile in un parcheggio decente (quelli “blu” per strada non permettono il pagamento di più di quattro ore). Senza troppo guardare alla spesa, la abbandoniamo a un parcheggio del centro, in Piazza Figueira, a due passi dal nostro ostello. Questo, oltre a trovarsi in una posizione perfetta per visitare la città, offre una marea di servizi, un luogo accogliente e pulito e, non meno importanti, receptionist davvero attraenti!