Dopo aver avuto l’ennesimo indirizzo e-mail, da oggi ho un’ennesima nuova paginetta tutta da riempire: http://hlt.fbk.eu/en/people/aprosio
Appena potrò farlo autonomamente (per ora non ho ancora le credenziali) la riempirò!
Dopo aver avuto l’ennesimo indirizzo e-mail, da oggi ho un’ennesima nuova paginetta tutta da riempire: http://hlt.fbk.eu/en/people/aprosio
Appena potrò farlo autonomamente (per ora non ho ancora le credenziali) la riempirò!
In questi giorni sto ricompilando le richieste per poter fare supplenze nelle scuole medie superiori. Nulla di che, tranne l’incredibile novità che da quest’anno è obbligatorio fare tutto online. Perfetto, ho pensato. Tuttavia c’è l’inghippo: occorre “certificare” che i dati inseriti siano corretti, per evitare iscrizioni di persone inesistenti.
La cosa può essere fatta in due modi: tramite la casella di posta elettronica certificata @istruzione.it oppure recandosi in un qualsiasi istituto superiore con il proprio documento.
Ora la domanda è: visto che il governo, nella figur(in)a del Ministro Brunetta, ha previsto per tutta la popolazione una casella di posta elettronica certificata @postacertificata.gov.it, non potevano permettere di usare quella? Perché, come sempre e in modo estremamente italiota, bisogna ennuplicare le informazioni sulla rete?
A ‘sto punto, tanto valeva rimanere al cartaceo.
Pubblico un comunicato emesso da Step1, e ripreso dal Tascapane. Per chi non lo conoscesse, Step1 è un noto e attivissimo periodico on line creato e gestito dagli studenti dell’Università di Catania, forse il miglior rappresentante del genere a livello italiano.
A Catania, dove l’Università è indagata per i gravissimi fatti del “laboratorio dei veleni” della Facoltà di Farmacia, dovrebbe essere normale che l’applicazione delle norme sulla sicurezza costituisca una preoccupazione e che i responsabili se ne occupino seriamente. Il Monastero dei Benedettini è la perla degli edifici storici posseduti dall’Ateneo: in esso le celle dei monaci sono state trasformate in studi dei docenti, mentre i locali del pianoterra in piccole aule. Tutte queste aulette sono uguali: tutte presentano lo stesso dislivello e gli stessi gradini per colmarlo, tutte sono piccole, spesso anche troppo per il numero di studenti da ospitare, e in tutte l’aria ha difficoltà a circolare. Tutte uguali tranne una: l’aula 24. Con una nota del direttore amministrativo dell’Università, Lucio Maggio, ne è stata disposta l’«immediata chiusura», perché «presenta delle condizioni di esercizio non pienamente rispondenti alla norma (barriere architettoniche, minima areazione, unica via di esodo)».
Cos’ha di speciale quella stanza? Lì dentro si svolge un’attività didattica diversa dal comune. Quell’aula infatti ha da sempre ospitato le redazioni di Step1 e Radio Zammù, i media fondati nel 2004 dal giornalista Enrico Escher, allora docente a contratto della Facoltà di Lingue. Ambizioso l’obiettivo: un modello avanzato di formazione universitaria al giornalismo realizzata sul campo. Negli anni Step1 è diventato un vero magazine online, tanto che molti dei suoi studenti-collaboratori sono diventati giornalisti pubblicisti e due sono praticanti. Tutti formati dentro la piccola aula, che, pochi giorni fa laFacoltà aveva destinato a sala stampa studentesca e affidato a “Upress CTA Onlus”, l’associazione studentesca nata per promuovere la stampa universitaria.
Il braccio di ferro tra Lingue e i vertici d’Ateneo è cominciato nel 2008: la Facoltà propose un bando pubblico per affiancare agli studenti-redattori, con un contratto part-time, un giornalista professionista; l’Ateneo bloccò il bando, proponendo invece che l’attività di Step1 venisse sottoposta al visto del proprio ufficio stampa. Nell’estate del 2009 – nonostante pochi mesi prima, in periodo di elezioni, Recca avesse dichiarato che la voce indipendente di Step1 andava tutelata e definito Radio Zammù e Step1 «risorse da proteggere» – l’Ateneo decise che non poteva permettersi un giornale vero. Recca suggerì che la proprietà di Step1 venisse trasferita a un’associazione. A tal fine venne costituita “Upress CTA Onlus”. Ma mentre la Facoltà di Lingue ha dichiarato la sua disponibilità a cederle la testata, i vertici d’Ateneo non hanno mai dato il via libera, né speso una sola parola per spiegarne le ragioni.
Il filo che lega i fatti sopra elencati non è difficile da seguire. C’è un Rettore che non accetta l’esistenza di qualsivoglia spazio di dibattito libero e indipendente dentro l’Università. Che non accetta un modello sperimentale di formazione al giornalismo che sappia guardare oltre le angustie e le clientele del panorama editoriale cittadino. Ciò che non si accetta è, forse, la stessa idea che l’Università sia un insieme plurale di voci – universitas, appunto – piuttosto che un bene di cui il Rettore possa disporre come di cosa propria.
La redazione sta protestando contro questo ennesimo atto di prevaricazione da parte del Rettore con una pagina bianca, consultabile al sito www.step1.it.
Il commento dei vertici dell’Ateneo sulla questione non sorprende. Dopo aver riferito che il Rettore non ha nessuna intenzione di “giustificare” il suo atto, l’ufficio stampa dell’Ateneo ha aggiunto che: «Terminato l’adeguamento, l’aula sarà riassegnata seguendo la procedura tradizionale, aperta a tutto l’Ateneo». In sostanza, sconfessando la delibera del consiglio di Facoltà di Lingue, il discorso sull’affidamento dell’aula ripartirebbe da zero.
In una città difficile e controversa anche sul fronte dell’informazione come Catania, la presenza di un giornale- laboratorio per anni ha assicurato uno spiraglio di libertà – d’espressione e di formazione – dal valore non indifferente. Non riconoscerne il ruolo significa sottovalutare colpevolmente il significato civico di questa libertà, valido anche per tutti coloro che “da grandi” non faranno i giornalisti.
Ci chiediamo se tutte queste ragioni non siano sufficienti per far conoscere la nostra versione dei fatti.
Il bello del mio lavoro (informatico) è che sono competente di una cosa che tutti hanno, ma nessuno sa veramente come si usa: il computer.
Faccio un esempio. Tutti abbiamo il frigorifero in casa, tutti abbiamo la lavatrice, qualcuno ha anche la lavastoviglie. Sono elettrodomestici che per funzionare bene hanno bisogno di una certa complessità tecnologica. Tuttavia, questa complessità non diventa anche una difficoltà di utilizzo. Vero è che alcuni rappresentanti del genere maschile hanno problemi con la lavatrice, ma per il resto tutti sappiamo usare tutto.
Ecco, il computer è un “elettrodomestico” che, pur essendo presente ormai in qualunque casa (a volte anche in più copie), ma con esso non si realizza quel “feeling” di utilizzo per cui il padrone dell’oggetto ne conosce alla perfezione tutte le caratteristiche. Ecco che quindi chiama il tecnico informatico, uno strano figuro che per cifre nemmeno tanto modiche miracolosamente lo rimette a posto, cliccando e digitando cose esoteriche e misteriose.
Per fortuna, però, che ad aiutare i poveri “niubbi”, così vengono chiamati dalla comunità nerd i novizi dell’informatica (italianizzazione di “newbie”, il termine originale), ci pensa come sempre Google. Per pubblicizzare il browser Chrome, infatti, il gigante del motore di ricerca ha preparato un ottimo tutorial su quel misterioso mondo che c’è dietro a internet. In alcuni punti la lettura risulta un po’ ostica, ma posso assicurare che le immagini che accompagnano i testi sono azzeccate, brillanti e sicuramente aiutano alla comprensione.
È un po’ tardi per segnalarlo, ma il 15 luglio scade il premio giornalistico “Anna Lindh journalist award”, promosso dalla Anna Lindh Foundation. Possono partecipare tutti coloro che hanno pubblicato un articolo nel periodo tra il 1. e il 15 luglio 2011.
Finalmente dopo anni e anni mi sono deciso a perdere un paio d’ore per raccogliere tutti gli articoli che ho scritto negli ultimi anni. Non che sia roba da premio Pulitzer, però tutta ordinata fa la sua discreta figura. Potete trovare tutto nella pagina “Scritti” (non ve lo linko perché lo trovate nella colonnina a destra di questo sito).
Il 6 luglio scorso è stata approvata la direttiva che permette all’Agenzia Garante delle Comunicazioni (AGCom) di obbligare i provider a inibire l’accesso verso un determinato sito web qualora vi sia il sospetto che quest’ultimo violi un qualche diritto d’autore. L’Italia diventa così l’unico paese del blocco occidentale a mettere una spada di Damocle su tutti i siti web, come in passato è stato per la Cina.
Ora devono passare 60 giorni per la consueta consultazione pubblica, dopo di ché la legge diventerà operativa.
Mi sa che qui ci conviene emigrare…
In questi giorni non trovo la mia chiavetta Tre. Come si suol dire in gergo comune: l’ho persa. Ma il mio non è un averla persa perché mi hanno rubato la borsa. Semplicemente non la trovo più, e con tutta probabilità sarà infognata in qualche pertugio di qualche zaino.
Eppure il centro assistenza Tre vuole la denuncia di smarrimento della mia chiavetta.
Ora, dovrò trovare il tempo di andare dal Carabinieri per fare una cosa sostanzialmente inutile, visto che per bloccare una scheda è sufficiente una telefonata al servizio clienti Tre.

Piccolo sondaggio: secondo voi se vi dico di andare sul sito www.cerca-casa-a-pavia.it cosa pensereste? Sareste incuriositi comunque oppure tendenzialmente sapreste già di cosa parla il sito web e quindi lo clicchereste solamente in caso di bisogno? Ci andreste a occhi chiusi se doveste cercare casa a Pavia oppure se voleste prenotare un biglietto del treno Milano-Venezia?
Ecco, secondo alcuni mega-direttori della comunicazione chi va su un sito web non legge prima l’indirizzo. Ne è un esempio la bottiglietta di acqua Nestlé-Vera, dove si legge:
Per il tuo benessere è indispensabile mantenere una corretta idratazione, quindi bere in modo regolare durante tutto l’arco della giornata. Vuoi sapere quanti bicchieri d’acqua al giorno vorresti bere? Scoprilo su www.bevi8bicchieri.it
Ora, non so voi, ma io per rispondere alla fantomatica domanda del boxettino non sento il bisogno di andare sul sito.
Ieri e oggi giornate nere per la mia informatica. La chiamo “mia”, perché tutto sommato un po’ appartiene anche a me: lavoro in ambito informatico e sono dottorando in ambito informatico.
Tuttavia, ogni tanto c’è chi rovina questa “mia” informatica. Sto parlando di tutte quelle schiere di persone che, quando trovano una falla in un sistema informatico, spiattellano al mondo quello che hanno trovato. È successo infatti nell’Università di Pavia, dove lavoro, e ha causato non poche scocciature al sottoscritto e a tutte quelle persone che si fanno il mazzo per far andare avanti la baracca.
Ci sono vari modi di fare gli “hacker”. Uno è quello di andare contro i cattivi (come ad esempio le multinazionali), un altro è quello di dimostrare che si può fare e basta, un altro ancora quello di trarre personalmente profitti dalle proprie marachelle. Quello che però non capisco è la condivisione con il mondo delle informazioni trovate, anche se personali. Un “celodurismo” allo stato puro, degno del peggior berlusconismo italico. È come se un medico, scoprendo una malattia in un paziente, anziché curarlo lo imbottisse di farmaci per farlo stare peggio. Per parafrasare loro, l’azione potrebbe anche essere accompagnata a un’affermazione del tipo: “Avete visto come la Natura sia poco sicura? E questo è solo l’inizio”.
Ecco, quindi, il perché della “mia” informatica: diversa da una “altra” informatica, che non mi appartiene.