Un sabato sera da urlo

Normalmente le persone normali il sabato sera escono, vanno in discoteca, magari si ubriacano, conoscono nuova gente. Io non sono una persona normale.

Torno a casa da una cena con la mia amica Marilù e, innanzi tutto, incontro il mio ex coinquilino Alberto in preda al panico per via della sua nuova lavatrice non compatibile con l’attacco sul muro della casa che ha appena preso in affitto. “No problem”, gli dico, “vieni pure a farla qui”. Almeno l’ho rivisto.

C’è stata anche una piccola parentesi divertente, in cui Alberto mi ha confessato che “di me gli manca il mio modo unico in cui riuscivo a girare la chiave nella serratura”. Ovviamente i doppi sensi si sono sprecati.

Dopo questo piacevole incontro, arriva il momento topico in cui, in piena crisi di “cosa vuoi fare da grande” mi decido a mandare il mio curriculum in giro per il mondo: Google, Facebook, Twitter, Apple, Skype. Quest’ultimo ha un distaccamento a Tallinn, in Estonia, dove additittura arriva Ryanair. Inutile dire che ho fatto richiesta per andare lì.

Volevo provare anche con IBM e Microsoft, ma mi sapevano troppo di incravattati. E a me la cravatta non piace.

Ora attendo il responso.

Update. È arrivato il primo due di picche da Twitter.

Odio profondo

Qualche giorno fa è tornato a Pavia un mio caro amico, ormai fisso a Bruxelles.

Per fare sì che non sentissi troppo la sua mancanza, mi ha tappezzato la camera con gli adesivi del sito internet con il quale collabora e scrive recensione di film, telefilm, videogiochi. Ebbene, uno di quegli stramaledetti adesivi ha perennemente rovinato la mia preziosissima scrivania IKEA.

Ergo, ho deciso di boicottare in saecula saeculorum il sito per cui collabora (che ha un nome inglese che potrebbe essere tradotto con tutto occhi, tutti gli occhi, o qualcosa di simile; ovviamente non lo linko).

(So che questa è una cosa estremamente puerile, ma credo sia paragonabile a spargere adesivi a caso in camera di un amico)

Recensioni di film

Recensioni di videogiochi

Quando riceverò una nuova scrivania impacchettata firmata ever… (ops!), dedicherò un intero post al sito delle robe degli occhi.

One drop

Ingenuamente, per noi acqua vuol dire lavarsi, cucinare, bere. Ma non solo.

L’acqua è il principale ingrediente del nostro corpo, così come della nostra vita “occidentale”. Con l’acqua si annaffiano le piante, si abbeverano gli animali, si producono i computer, si costruiscono ponti e gallerie. L’acqua, ancora oggi, è la sostanza più importante per la nostra vita e il nostro benessere. Senza di essa non ci saremmo.

Nel mondo, miliardi di persone hanno a disposizione meno di cinque litri di acqua al giorno, una miseria se si pensa che un uomo occidentale, tra consumi e vizi, ne utilizza più di 200. Per questo motivo esiste l’associazione One Drop, creata e sponsorizzata dal famoso Cirque du Soleil.

Per aiutarli, non basta (o forse nemmeno è necessario) donare denaro, ma bisogna “comportarsi bene”: non comprare acqua in bottiglie di plastica, usare dei sistemi di riciclo per lo sciacquone del gabinetto, ottimizzare in generale il consumo di acqua per lavarsi e per cucinare.

Solo così si può fare qualcosa di concreto: il futuro comincia dall’acqua.

Il futuro della carta

Riporto qui un interessante articolo sul futuro dei giornali, scritto da Marco Cagnotti per il blog tematico Stukhtra.

“Ah, signora mia, la carta! La carta non morirà mai! Io al piacere del giornale di carta proprio non ci rinuncio. La carta è un’altra cosa!”. Segue, rivolto all’interlocutore, uno sguardo di compatimento nella migliore delle ipotesi e di disgusto nella peggiore: compatimento e disgusto verso i barbari moderni, i seguaci del digitale, ormai incapaci di apprezzare le sane, buone, care vecchie abitudini di una volta. Come la carta, appunto. Brutta gente, quella lì. Gente che legge il giornale (sempre ammesso che lo legga, eh!) sul computer, o perfino sul telefonino, o magari su quei cosi nuovi… come si chiamano?… iPod, iPad, iCoso… insomma quella roba lì. No no no… vuoi mettere il rito quotidiano del giornale davanti a cappuccino e brioche?

Continua…

Bunga bunga

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Ormai può fare quello che vuole, non c’è storia. Egli è l’assiduo giocatore di The Sims che, noioso di stare alle regole, decide di divertirsi. L’ho fatto anche io molte volte (limitatamente a The Sims, aggiungerei “purtroppo”): non fai andare il personaggio al lavoro, lo fai ammalare, gli costruisci dei muri intorno così impazzisce, et cetera.

Egli, però, lo sta facendo con noi. Ne aggiunge ogni giorno una nuova, forse vuole capire quale sia il nostro limite di sopportazione. Sono anche inutili i commenti del tipo: “in un paese civile, si sarebbe già dimesso”. Direi che l’abbiamo già ripetuto troppe volte. Un po’ come il “deve essere processato”, o il sempreverde “va con le minorenni”. Ormail il messaggio che passa è di piantarla di dire sempre le stesse cose, lui è arrivato lì con regolari elezioni, lasciamolo stare.

Sul punto poi delle minorenni, ci sarebbe una disquisizione che io reputo abbastanza interessante: tutti vogliono farsi le sedicenni. Inutile essere ipocriti, è così e basta. E molti (diciamo tutti tranne i gay) preferiscono le ragazze ai gay. Questa affermazione, che fa rabbrividire se letta/sentita/sbandierata da un politico, in realtà è una banalità da bar: dal punto di vista di un eterosessuale, sono meglio le donne dei gay. Cazzo, è come se un gatto dicesse: meglio i topi delle fragole. E va be’, capirai che grande novità. Ecco come conquista. Lui.

Ogni italiano, quindi, vuole essere il premier per quello che può fare: fregare la legge, farsi le minorenni, insultare apertamente i gay. Il cittadino comune, però, non può (a parte insultare i gay). Allora, come un genitore premuroso che non si sente realizzato, spinge affinché il figlio faccia quello che il padre non può fare. E il “nostro” figlio è lui, ce lo siamo addirittura scelto.

Sarebbe interessante se venisse introdotta una legge che proibisce alla ultranovantenni di fare sesso con degli under 90. Magari anche in quel caso il Premier, pur di infrangere le regole, saprebbe come stupirci.

Il teorema del gatto

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Ogni giorno il mio gatto si mette sulla sedia sbagliata. Non quella col cuscino rosso, dedicata a lui, ma su una di quelle con il cuscino blu. Nemmeno sempre la stessa, tra l’altro. Io allora cosa faccio? Lo scaravento in quasi-malomodo sul suo giaciglio dalle sfumature scarlatte (che poesia, eh?) e lui riprende a dormire.

Non so perché sia così stupido: se si mettesse subito al suo posto, nessuno gli romperebbe le scatole. E invece continua a preferire il capezzale pervinca (e qui l’epica giunge all’apice, con un’allitterazione da Nobel).

Forse lo fa perché preferisce il blu, oppure perché ha la memoria breve. O, semplicemente, è una stramaledetta testa di cazzo. In effetti tutte le prove raccolte portano a quest’ultima opzione.

Ci rimugino un po’, e concludo che questo tipo di problemi appartengano solamente al regno animale.

Appagato dall’incredibile deduzione, decido di andare a letto. Prima di addormentarmi, leggo l’ultimo numero di Inchiostro, e a questo punto ripenso al gatto. Ripenso al suo continuo errore, ripetuto all’infinito. E ripenso a quando la redazione di Inchiostro era formata da gente che sbagliava, certo, ma una volta sola. Insomma: errare è umano, perseverare è diabolico.

Ogni volta ci ricasco, e mi illudo. Chiudo gli occhi, prendo il giornale, ne assaporo con l’olfatto l’inchiostro (minuscolo), riapro gli occhi e inizio a leggere. “Questa volta”,  penso, “sarà diverso”. Ma mi sbaglio.

Finché si tratta di apostrofi al posto di accenti, spaziature sbagliate dei segni di punteggiatura, titoli tutti uguali, posso sopportare. Ma una frase come “Inchiostro è sempre alla ricerca ad ogni tipo di collaborazione”, quella sì, mi fa rabbrividire. Poi però mi consolo, nel vedere un altro errore più avanti nel medesimo testo: per una beffa del destino, suona come una autoammissione.

“Abbiamo bisogno di competenze come giornalisti, blogger, impaginatori, …”.

Sì, come giornalisti avete proprio bisogno di competenze.

PS. Da questo post può sembrare che io stia facendo di tutta l’erba un fascio, ma non è così: all’interno della redazione di Inchiostro sono presenti persone che stimo moltissimo, pure come futuri giornalisti. Il problema è che, quando in un’automobile manca il conducente, l’aria condizionata è inutile.

Ricambio

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Weekend importante per la mia casa.

È il primo fine settimana che trascorro nella mia dimora dall’inizio dell’anno accademico e mi rendo conto che non me lo sarei voluto perdere per alcun motivo. Ognuno dei miei coinquilini ha portato “qualcosa” di importante. Chi fisicamente e chi col pensiero.

  • Luana, l’ultima new entry, ha finalmente ricevuto il suo pacco da Vittoria. Oltre a provviste di vario tipo, saltano all’occhio i pomodorini. In questo modo la Sicilia è un po’ meno lontana.
  • Giuseppina, un po’ meno new entry di Luana, è arrivata oggi con un’enorme forma di Grana (una decina di chili almeno, penso). Subito ha sottolineato: “È di Aiesec, però potete mangiarlo”. Strano che non me l’abbia detto in inglese.
  • Alberto, invece, sposta scatoloni. Dopo tre anni di felice convivenza, almeno da parte mia, un pezzo importante della mia vita fuori dal Collegio se ne va. Convivenza con la fidanzata. Tic tac, il tempo scorre. L’ho aiutato a caricare la macchina, è stato un po’ come aiutare la ragazza di cui si è innamorati a conquistare un altro uomo. Mi mancherà.

Festeggiamo i morti

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Nella mia atea ingenuità, spesso dimentico che molti dei giorni di festa in giro per l’anno sono di natura religiosa. Lunedì, ad esempio, i negozi sono chiusi, gli uffici pure e i ragazzi non vanno a scuola. Perché? Per festeggiare i morti.

Secondo la mia religione, ovvero l’ateismo, questa festività è un’ipocrisia e un insulto alle persone che ci hanno lasciato. Ho superato l’idea, appoggiata troppo spesso dai giornalisti, secondo cui i morti sono sempre persone buone. Muoiono anche i cattivi, perbacco! E per fortuna, aggiungerei.

Se il morto era buono e “vale la pena” riviverne la presenza, sarà ricordato comunque, nei momenti della vita quotidiana: al tavolo dove mangiava, nella stanza dove si cambiava, nell’edicola dove era solito comprare il giornale. Ogni volta che visito un monumento della nostra splendida Italia, mi viene in mente il mio Professore di Storia dell’Arte del liceo. Non riuscirei mai a guardare il Pantheon di Roma senza pensare a lui.

Anche quando passo davanti a casa mia, salutando la signora Carmen mi viene in mente mio nonno che viveva dove ora vive lei.

Nessun giorno vale tanto come i ricordi.

Cultura… scientifica?

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Scena 1

– Cosa hai studiato? – Mi chiedono.
– Matematica – rispondo io.

Sarebbero facce da fotografare, quelle che mi si parano davanti. Mi sento un alieno.

– Io non ho mai capito un tubo di matematica – rispondono quasi altezzosi.

Come se conoscere la matematica fosse un’elucubrazione mentale per chi non ha di meglio con cui passare il tempo.

Scena 2

– Quel ramo del Lago di Como… – mi dicono.
– Che roba è, un albero? – rispondo io.

Ecco che ora sono un maledetto ignorante.

– Ma come si fa a non conoscere l’incipit dei Promessi Sposi?


Perché in Italia “cultura” non è sinonimo di “sapere scientifico” e “ricerca”?

La stessa etimologia delle parole ne denota il loro intrinseco legame: non è possibile fare ricerca in un campo non coltivato. Il concetto di “Ricerca”, negli anni, si è quindi sempre di più andato allontanando da quello di “Cultura”, relegando il secondo termine per lo più alle discipline umanistiche, mentre il primo resta riservato a quelle scientifiche. Si pensi a quanto sia rispettoso e riverente un uomo “colto” e invece quanto assuma un’accezione negativa la parola “nerd”. Le scene appena citate sono un esempio preso dalla vita di tutti i giorni che può esemplificare adeguatamente l’idea.

Questo fattore ha ovviamente avuto ripercussioni sulla percezione che di ricerca ha la popolazione. Quest’ultima è pienamente consapevole che parte delle sue tasse viene dedicata alla ricerca, ma non ha assolutamente cognizione di cosa questo significhi. Ad alimentare il circolo vizioso si inserisce la Politica, che può permettersi di dare meno priorità alla ricerca, fornendo invece più attenzione a temi vicini alla popolazione e da questa direttamente sentiti.

Forse, se ci fossero più soldi per la ricerca, se ne parlerebbe di più e ne nascerebbe una concezione diversa. Forse, d’altra parte, il fatto che la popolazione italiana sia così disinteressata ai tagli alla ricerca, incentiva un governo senza più soldi a tagliare dove fa meno male.

Forse, e dico forse, questo circolo vizioso non porterà a nulla di buono e andrebbe interrotto.

Forse.

Il paradosso della scienza

2009-10-28-deadcat
Fonte: http://brownsharpie.courtneygibbons.org/?p=1158

Io sono per la scienza. Credo in quello che fa, mi fido di essa e sono fermamente convinto di avere ragione. Sono favorevole alla ricerca sulle cellule staminali, sto con Darwin e non penso che gli OGM facciano male.

Tuttavia mi chiedo: perché io ho questo atteggiamento e altre persone non ce l’hanno?

Semplice: io ho a che fare con la scienza: sono laureato in matematica, seguo un Master in Comunicazione della Scienza e leggo riviste scientifiche. Sembra una risposta banale a un dilemma senza vie d’uscita, ma questa è la mia risposta. Chi ha a che fare con la scienza, generalmente, ne è favorevole, mentre chi non ne ha a che fare, tendenzialmente, è contrario. Ora il punto è: si deve davvero ricorrere alla democrazia per le questioni di etica scientifica? Oppure, dall’altra parte, è “sano” che le persone a favore di una certa cosa sono quelle che dalla cosa traggono profitto?

È sensato che uno scienziato parteggi per OGM e nucleare, così come un cacciatore parteggia per la caccia o un fumatore per la possibilità di fumare nei luoghi pubblici. Ma cosa dire dell’utente comune? Può parlare di scienza come parla di fumo e caccia?

Insomma: il gatto è vivo o morto?