iOS 5 domato

Finalmente dopo mesi di attesa è “caduta” sotto i colpi degli hacker anche l’ultima versione del sistema operativo mobile di Apple. Da oggi è disponibile infatti sul blog dell’iPhone Dev Team la nuova versione 0.9.10b3 di redsn0w con cui è possibile eseguire il jailbreak di tutti quei dispositivi di penultima generazione che “montano” iOS 5. Per ora non sono compresi all’appello il nuovissimo iPhone 4S e la seconda generazione di iPad. Tuttavia pod2g, l’hacker che è riuscito nell’impresa, ha già annunciato sul suo blog che da oggi si metterà al lavoro per domare anche gli iCosi più nuovi.

Eseguire il jailbreak è estremamente facile:

  • Scaricare redsn0w 0.9.10b3 dal blog del Dev Team.
  • Spegnere il dispositivo e collegarlo al computer.
  • Eseguire il software.
  • Quando richiesto, entrare in DFU mode (premere per 3 secondi il tasto di accensione, poi per 10 il tasto home e successivamente rilasciare il tasto di accensione mantenendo il tasto home). È tutto spiegato dettagliatamente nel programma.
  • Installare Cydia.

Dopo il jailbreak, consiglio l’installazione di iBooks Fix per risolvere un problema di compatibilità con iBooks. Si trova facilmente su Cydia aggiungendo http://repo.insanelyi.com alle repository.

Attenzione ai programmi non più compatibili con la nuova versione di iOS. Alcuni di essi potrebbero addirittura bloccare il dispositivo e costringere al ripristino. Ecco un elenco quasi completo dei software che potrebbero dare problemi:

5-Row Keyboard
AlphaCon
BackForwardEnhancer
Backgrounder
Call InfoFields
CameraWallpaper
Celeste Bluetooth File Sharing
Covert
Cyntact
Delete Word
FakeLocation
FolderEnhancer
FoldersInFolders
Homescreen Settings
Home Page in Safari
Icon Renamer
Infinidock
Infinifolders
IntelliScreen
iPicMyContacts
LinkSafe
LiveClock
Lock Calendar
Lockdown Pro
LockScreen Clock Hide
Maps Enhancer
MultiCleaner
MultiExchanges
NoAccessorySplash
Notifier+
OpenNotifier
PhotoAlbums+
PwnTunes
Random Icon Flip
RemindMeLater
Remove Background
RestoreTab for Safari
Safari Download Manager
SBRotator for iOS 4.x
ShowCase
Shrink
Speed for Maps
Springtomize
StartDial
StatusNotifier
StyleUnlock
SwitcherMod
SwitcherPlus
User Agent Faker
Vibrafications
WeatherIcon
Wi-Fi Sync
xBackup
YFiSelect4

La sicurezza è dentro di noi

Spesso le banche ci fanno una testa così (immaginate che io stia mimando “una testa così”) sulle questioni di sicurezza per evitare che malintenzionati entrino nei nostri conti e ci svuotino i risparmi di una vita. Ci sono molti metodi per incrementare gli standard di sicurezza, e i vari istituti di credito li usano a propria discrezione e secondo i propri gusti.

Ma il punto è: cosa possiamo tranquillamente reputare sicuro a prova di bomba?

La prima risposta, data con cognizione di causa, è: nulla! Non esiste la sicurezza perfetta e la storia ce ne dà continuamente prova. Tuttavia ci sono stratagemmi più utili di altri, mentre alcuni sono decisamente dannosi, pur sembrando apparentemente “a prova di bomba”, appunto.

L’esempio lampante di questa in-sicurezza è il conto di risparmio Carige che si chiama Contoconto. Io ne ho aperti addirittura due, perché trovo che sia tra i più convenienti sul mercato, ma sul fronte della sicurezza prende secondo me prende grosse cantonate.

Partiamo dallo username: il nome utente è una sbrodolata incomprensibile di lettere e numeri (per la precisione inizia con due lettere e prosegue con una vagonata di numeri). La domanda è: perché? Per aumentare la sicurezza? Assolutamente no, visto che questa informazione mi viene inviata via e-mail, quindi attraverso un canale che, di solito, è potenzialmente insicuro. Inoltre, data la complicatezza del login è molto probabile che io conservi quella mail o, peggio ancora, mi segni questo numero da qualche parte.

Stesso discorso per quanto riguarda la password: una sbrodolata di numeri, inviati la prima volta via SMS. Anche in questo caso, nel migliore dei casi conservo l’SMS sul mio cellulare, ma nel peggiore, di nuovo, me la segno da qualche parte. È come avere una porta ultra-blindata a casa, per poi lasciare la chiave sotto lo zerbino per paura di dimenticarla. Dulcis in fundo: la password non è modificabile.

La sicurezza migliore, e questo le banche forse ancora non l’hanno capito, è far scegliere all’utente certi dati più riservati, ponendo al massimo condizioni che evitino che le password siano troppo semplici. Una volta imposta all’utente una password con maiuscole, minuscole, numeri e simboli, questo è probabile che non abbia bisogno di segnarla perché l’ha creata da solo, e inoltre non ha necessità di conservare una mail o un SMS con l’informazione, perché tale messaggio non è mai esistito!

Persino i produttori di sistemi antifurto hanno capito il vantaggio di questi sistemi. Fino a qualche anno fa, quasi tutti i sistemi antifurto funzionavano tramite una chiave “fisica” (elettronica o meno, era comunque fisica e, in quanto tale, perdibile) che serviva per attivare e disattivare il sistema. Ora tutto funziona tramite codice numerico, rendendo impossibile per un malintenzionato “rubare” la chiave al legittimo possessore.

Un ottimo esempio di online banking molto attento a questo tipo di problemi è Fineco, in cui tutte le password sono a discrezione dell’utente. Ho un conto presso questa banca e non ho scritto in nessun luogo quali siano queste password. Mi possono rubare il computer, il cellulare o l’agenda, ma non avranno mai i miei dati bancari. Più sicuro di così…

A ognuno il suo dio

Oggi il noto sito web Pontifex ha pubblicato un articolo (riportato poi da Internet Politica) che definisce il crollo del palco del concerto di Jovanotti come un segnale divino contro il “menestrello del vietato vietare”. In particolare, secondo il blog “vagamente” cattolico, “Dio non manda certamente il male che non vuole. Dio non chiede sofferenze agli umani, ma si ribella e acconsente… acché Satana ci metta alla prova”.

Satana forse ci ha messo alla prova perché ascoltiamo Jovanotti, ma cosa dire delle centinaia di migliaia di morti del terremoto di Haiti, oppure degli spagnoli che hanno perso la vita negli attentati dell’11 marzo 2004, solo per citare i più cattolici? Sarà forse stato un dio di qualche altra religione che li ha messi alla prova, il che tra l’altro ammetterebbe l’esistenza di altre religioni oltre a quella cattolica? Oppure semplicemente il dio cristiano era distratto in quel momento, ma ci vedeva benissimo nel permettere la morte del ragazzo triestino?

Non ho le competenze di rispondere a queste domande, ma di sicuro un altro dio, quello della rete, ha scagliato (e, sì, volontariamente) il suo anatema sul sito che ha pubblicato il post: da qualche ora, infatti, le sue pagine non sono accessibili e sulla homepage è rimasto solo il loro canale Twitter, in cui i malcapitati (ma il loro dio dov’era?) lamentano appunto di essere stati invasi da orde di eretici hacker.

Mai far infuriare il dio del web, perché quello si incazza di sicuro!

La legge del contrappasso

Questa sera la televisione italiana ha messo alla prova sé stessa. Si è guardata indietro, e ha riscoperto che nei difetti del passato si trovano le idee per andare avanti. Mi sto riferendo, ovviamente, al nuovo programma di Michele Santoro, Servizio Pubblico, in onda questa sera si vari media.

Nel 1984 tre preture (Torino, Pescara e Roma) intimano le neonate reti Mediaset di sospendere le trasmissioni, perché utilizzavano un network di ripetitori tali per cui riuscivano a coprire tutto il territorio nazionale. All’epoca, solamente la TV pubblica aveva questo privilegio. Nel 1990, inoltre, per venire incontro alle direttive europee (ma soprattutto per agevolare la crescita inarrestabile dell’attuale Mediaset), il governo ha approvato la famosa Legge Mammì, che di fatto permetteva alle televisioni private di trasmettere in diretta, altra prerogativa riservata alla RAI.

Dopo quasi 30 anni dagli inizi della televisione privata in Italia, il sistema si è ribaltato e chi vuole andare in televisione e parlare di argomenti “scottanti” deve appoggiarsi, appunto, a network di televisioni private. Oggi c’è anche internet che dà una mano, ma il succo non cambia.

Goodbye /2

Dopo Jobs, un altro dei grandi dell’informatica ha lasciato questo mondo. Si tratta di Dennis Ritchie, co-fondatore di Unix e diventato celebre per aver inventato il linguaggio di programmazione C.

 /* For Dennis Ritchie */ #include <stdio.h> void main ( ) { printf("Goodbye World n"); printf("RIP Dennis Ritchie"); }

@iRajanand tramite Kevin Mitnick.

La fuga dei ribelli

Visto che in rete non si parla d’altro, torniamo alla “legge bavaglio”.

Tra l’altro è buffo come in Italia si tenti di fare i furbi persino nell’atto di scrivere le leggi. Questa norma tanto contestata era pensata per limitare l’utilizzo delle intercettazioni. O, per lo meno, di limitarne la diffusione. Tuttavia poi sbuca fuori, come un coniglio dal cilindro, che nel testo è presente anche un pesantissimo comma per uccidere blog e siti web.

Ma cosa succede se ci trasferiamo all’estero?

Il ragionamento è semplice. In Italia, ad esempio, è vietato fumare nei locali pubblici. Bene. Ora ci trasferiamo in Germania, dove la legge (almeno a quanto ne so) non esiste. Entro in un locale pubblico e mi fumo la mia sigaretta. Può il legislatore italiano fare qualcosa per impedirmelo? No.

Ecco che quindi basta aprire un sito web all’estero per poter nuovamente “infrangere” questa regola. Ma come si fa a sapere se la legge è applicabile? Se un francese apre un blog e scrive una cosa che a Silvio non piace, può essere denunciato in Italia? Esiste una sorta di estradizione informatica? Sono domande, queste, che farò a un avvocato il prima possibile. Se infatti risultasse che un italiano può registrare un dominio all’estero e farsi il proprio sito in barba alla legge, allora direi che l’enorme sforzo di questo pessimo governo potrebbe risultare inutile.

Tra l’altro, per iniziare a rimboccarsi le maniche, ho visto che Tophost sconta del 90% il primo anno di un acquisto di un dominio .eu. Chissà dove si colloca, geograficamente, il dominio .eu. È penalmente perseguibile in Italia?

Nel dubbio, sto procedendo all’acquisto di ziorufus.eu. Consiglio, inoltre, di leggere l’ottimo articolo di commento alla chiusura di Wikipedia sul sito del Fatto Quotidiano.

Update. Ho trovato un articolo molto interessante sul blog di Mario Tedeschini Lalli: http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2011/10/05/wikipedia-auto-oscurata-perche-solo-litaliano-mostruosita-giuridiche-e-paradossi-digitali/?ref=HREA-1. Non che questo articolo dia risposte, ma solleva il medesimo problema espresso in questo post.

Cosa fare? Nascondersi?

Quando il nostro amato cagnolino fa danni in giro, di solito si va a testa bassa a chiedere scusa. D’altra parte la colpa è nostra, perché il cane l’abbiamo scelto noi.

Ecco, una stessa cosa sta accadendo in questi giorni con la nostra nazione e il nostro Presidente del Consiglio: ci fa fare le solite figure di merda all’estero e noi a testa bassa ci sentiamo colpevoli. Che poi, cosa assurda, i più colpevoli si sentono quelli che non l’hanno nemmeno votato. Quelli che gli hanno regalato la Presidenza, infatti, pensano che stia facendo un ottimo lavoro. E il problema, il nodo cruciale della questione, è sempre l’informazione. Quando manca quella, il cittadino è lasciato allo sbando e non sa più di chi fidarsi.

Ad esempio oggi Wikipedia Italia ha chiuso i battenti. Sì, la bellissima enciclopedia cui siamo abituati trarre informazioni preziose per ora non esiste più. Colpa della nuova legge, in approvazione al Governo, secondo la quale un blogger è obbligato alla rettifica di una notizia se una delle persone citate nella notizia non ha apprezzato il contenuto. Quindi se scrivo che “Berlusconi non è adatto a fare il Presidente del Consiglio” (e badate bene che non ho scritto insulti) e a Berlusconi questa cosa non piace, io sono costretto a cancellare il post e a inserire al suo posto una rettifica. Pena una multa fino a 12 mila euro!

Ora, qualcuno può pensare che in realtà quei maledetti comunisti stiano come sempre esagerando. Infatti: con l’informazione in Italia che di fatto è in mano ai poteri forti, come ci si può fidare? Chi dice il vero?

Ebbene, il vero lo dicono, ad esempio, i siti stranieri. Quando si litiga con il proprio partner, cosa che in alcuni casi può accadere spesso, uno dei metodi migliori per vedere oggettivamente il problema è parlarne con una persona che non è in mezzo. I siti web stranieri, ad esempio, non hanno nulla da perdere e/o guadagnare da questa legge. Tuttavia, guarda caso, sono contrari.

Il Business Insider, ad esempio, inserisce la notizia della chiusura di Wikipedia con una eloquente fotografia del nostro Premier, giudicandola, in un articolo precedente, addirittura fascista. E se il termine “fascista” per noi è ormai ritornato quasi familiare, all’estero viene ancora visto (a destra e a sinistra) come un terribile morbo grave almeno quanto il comunismo per il nostro caro Silvio.

Una timeline per Facebook

In una presentazione in pieno sile Jobs (ma Steve è meglio), Mark Zuckerberg ha presentato oggi la nuova interfaccia di Facebook. Qualcuno penserà che ormai il celebre social network cambia una volta al mese, ma questa volta sembra che le modifiche siano radicali. Nell’homepage del nostro profilo una grande fotografia che ci “rappresenti”, mentre sulla destra, una “timeline” attraverso cui possiamo “viaggiare nel tempo” e rivedere post, fotografie e in generale cazzeggi del nostro passato.